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The design book

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  1. 1. 004 005 TEIERA ARARE (1700) Designer sconosciuto Vari fabbricanti, dal 1700 a oggi Iwachu, dal 1914 a oggi FORBICI ZHANG XIAOQUAN (1663) Zhang Xiaoquan (1643-1683 circa) Hangzhou Zhang Xiaoquan, dal 1663 a oggi Non è necessario aver visitato il Giappone per riconoscere la Teiera Arare: l’onnipresente teiera di uso quotidiano ha elevato a standard internazionale il suo caratteristico design funzionale. Realizzata in ghisa, la teiera Arare – che in giapponese significa “grandine” – prende nome dalla tradizionale decorazione bugnata che ne ricopre la superficie superiore e l’orlo esterno del coperchio. La diffusione dell’Arare risale al Giappone del XVIII secolo, quando gli intellettuali giapponesi adottarono il metodo Sencha per la cerimonia del tè in segno di rivolta simbolica contro la più sontuosa cerimonia Chanoya privilegiata dalle classi dominanti. Quando il metodo Sencha invitò ad assaporare in maggior misura il piacere della cerimonia del tè, il mercato si aprì a una teiera meno costosa. Il modello Arare – evoluzione della precedente tetsubin, o “teiera” – apparve dunque in questo periodo e si affermò definitivamente nella sua forma attuale nel 1914. Lo stabilimento più famoso di produzione dell’Arare, l’Iwachu di Morioka con oltre cento anni di storia, è oggi la più grande e importante fabbrica di utensili in ghisa per la cucina. Tuttora in produzione, il modello è esportato in notevoli quantità nel mondo intero. In Cina il marchio Zhang Xiaoquan è una componente fondamentale della cultura nazionale. La fabbrica di forbici Hangzhou Zhang Xiaoquan è in attività da oltre 300 anni e produce oggi 120 modelli per 360 esigenze specifiche. Le forbici originali sono uno splendido esempio di design semplice e funzionale: sono leggere, comode da maneggiare e molto robuste. Nel 1956, nei suoi scritti sulla ricostruzione socialista dell’industria artigianale, il Presidente Mao citò in modo esplicito le forbici Zhang Xiaoquan per il loro contributo alla nazione, suggerendo di svilupparne la produzione. Con un congruo aiuto governativo, l’azienda iniziò quindi a dotarsi di stabilimenti più grandi e rimase a gestione statale dal 1958 al 2000, quando si trasformò in società per azioni. La Zhang Xiaoquan figura sempre ai primi posti nella classifica nazionale delle fabbriche di prodotti di qualità e le vendite delle sue forbici per la casa rappresentano il 40% dell’intero mercato cinese delle forbici.
  2. 2. 012 013 SPILLA DA BALIA (1849) Walter Hunt (1785-1869) Vari fabbricanti, dal 1849 a oggi MOLLETTA PER I PANNI (1850) Designer sconosciuto Vari fabbricanti, dal 1850 a oggi Talvolta accade che un design sia talmente ordinario e comune da sembrare senza tempo. È il caso della spilla da balia, progettata dal newyorchese Walter Hunt. Forse insoddisfatto dalla scarsa robustezza e dalla pericolosità degli spilli, Hunt utilizzò un filo di ottone di 20 cm di lunghezza: a un capo formò una spirale che fungeva da molla, e all’altro aggiunse un semplice fermaglio. La domanda di brevetto da lui presentata nel 1849 includeva varianti della cosiddetta Dress-Pin, alcune con spirali tonde semplici, ellittiche e piatte. Hunt descrisse la sua Dress-Pin in questi termini: “È decorativa e al tempo stesso più sicura e duratura di qualsiasi altro spillo a fermaglio utilizzato finora, non essendoci alcun giunto che possa rompersi o perno che possa staccarsi come in altri modelli”. A Hunt sono andati il prestigio e la fama storica per aver progettato la spilla da balia, ma di fatto egli non ne ricavò molto: si dice che dopo aver ricevuto il brevetto per la sua invenzione, il 10 aprile 1849, lo vendette a un amico per la misera somma di 400 dollari… Sarebbe bello poter attribuire ogni oggetto alla creatività di un singolo individuo, ma molti articoli diffusi sono anonimi e hanno origini piuttosto banali. Il merito dell’invenzione della molletta per i panni è spesso attribuito agli Shakers, setta religiosa fondata negli Stati Uniti nel 1772 da Ann Lee e nota per i suoi manufatti dallo stile essenziale. La loro molletta era un semplice pezzo di legno con una fenditura nel mezzo. Tra il 1852 e il 1887 l’Ufficio Brevetti degli Stati Uniti concesse altrettanti brevetti a ben 146 tipi di mollette, anche se sembra che la maggior parte di esse si basasse sul medesimo principio della molletta a due rebbi degli Shakers. La molletta classica qui riprodotta, inventata nel 1853 da D.M. Smith di Springfield nel Vermont, è formata da due barrette di legno saldamente agganciate da una molla d’acciaio. Nel 1944 Mario Maccaferri ne produsse una resistente versione in plastica. Il design della molletta per i panni è stato immortalato nel 1976 dall’artista Claes Oldenburg, che con la sua Clothespin ne realizzò una di proporzioni gigantesche, installata ai piedi del Centre Square di Philadelphia.
  3. 3. 014 015 TACCUINO MOLESKINE (1850 CIRCA) Designer sconosciuto Fabbrica anonima (Tours), dal 1850 circa al 1985 Modo & Modo, dal 1998 a oggi SEDIA A SDRAIO PIEGHEVOLE IN TESSUTO (1850) Designer sconosciuto Vari fabbricanti, dagli anni ’50 dell’800 a oggi I Taccuini Moleskine sono libretti d’appunti ricoperti di tela cerata, evoluzione di un mitizzato articolo vecchio di due secoli. Primo produttore di tali taccuini fu una piccola azienda a gestione familiare di Tours, in Francia, che chiuse l’attività nel 1985. Rilanciato dall’azienda italiana Modo & Modo nel 1998, l’articolo ha beneficiato di una notevole campagna pubblicitaria, facente leva sull’alone letterario e artistico dell’originale: sarebbe infatti “il leggendario taccuino utilizzato da Hemingway, Picasso e Chatwin”. Il modello standard misura 14 x 9 cm e contiene pagine in carta leggera, priva di acidi. Il nome deriva dalla grafia francese di mole skin, la “pelle di talpa” alla quale somiglia la sua copertina in tela cerata. Spariti i taccuini francesi originali, il termine moleskine divenne una sorta di brand generico. Fu poi il governo italiano a permettere a Modo & Modo di rimettere in circolazione legalmente il prodotto, di elevarlo di status concedendo la maiuscola all’iniziale e di sfruttarne la leggenda. Oggi questo nome mitico compare sugli oltre tre milioni di taccuini e prodotti esclusivi di cartoleria che si vendono ogni anno. Non ci sono dubbi sull’origine nautica della sedia a sdraio pieghevole in tessuto, usata inizialmente sui ponti delle navi da crociera. È evidente infatti l’influenza dell’amaca, il tradizionale giaciglio salva-spazio destinato ai marinai, mentre la seduta in stoffa, spesso di tela e solitamente a strisce dalle tinte accese, trae ispirazione dalle vele: le file di sedie a sdraio aperte evocano una piccola flotta di barche in movimento, con la stoffa gonfia e svolazzante per la brezza. Oltre che dall’evidente richiamo al mare e alle spiagge, il design è dettato dalla praticità marittima. Sedia da esterni, la sdraio è un oggetto stagionale e quando è inutilizzata, durante il maltempo o i mesi più freddi, può essere chiusa e riposta senza occupare troppo spazio, comodità non indifferente sia sottocoperta sia nella rimessa in giardino. Il caso ha voluto che sembrasse progettata di proposito per il relax: data l’evidente impossibilità a starvi seduti con la schiena eretta, chi la occupa vi si deve adagiare. Per tutte queste sue origini solo apparentemente oziose e per la sua praticità, la sdraio in tessuto è un prodotto irrinunciabile, che fa risparmiare fatica ed è ideale per ottimizzare il riposo.
  4. 4. 018 019 SEDIA N. 14 (1859) Michael Thonet (1796-1871) Gebrüder Thonet, dal 1859 a oggi SERRATURA A CILINDRO YALE (1861) Linus Yale Jr. (1821-1868) Yale, dal 1862 a oggi Nessun nome, soltanto un numero, un articolo senza pretese nel vasto assortimento di Michael Thonet e Figli, ebanisti di professione. Ma la piccola e anonima N. 14 è una presenza imprescindibile nella storia dell’arredamento. Disegnata da Thonet nel 1859, questa sedia si distinse subito non tanto per la forma quanto per la sua fabbricazione: negli anni ’50 dell’800 Michael Thonet era stato il precursore di un procedimento col quale si potevano arcuare col vapore listelli e aste di legno. Il suo metodo permise una grande libertà in termini di tempo e di lavoro artigianale, generando versioni semplificate dello stile del periodo, senza contare la possibilità di produrre mobili in serie da spedire smontati e assemblare a destinazione contenendo i costi. La Sedia N. 14 e le seguenti anticiparono di oltre 50 anni i temi e i principi del Modernismo. Alla morte di Michael, nel 1871, la Gebrüder Thonet era diventata la fabbrica di mobili più grande del mondo. Il fascino formale e concettuale della N. 14, con ogni probabilità la sedia di maggior fama commerciale mai prodotta, dura nel tempo: ancora oggi testimonia l’alta tecnologia del XIX secolo pur mantenendo immutata la sua fresca ed elegante utilità. Figlio di un fabbro, Linus Yale Jr. inventò serrature basate su un principio in uso ancora oggi. Creò la prima nel 1851 e, con il piglio di un direttore di circo equestre, la chiamò l’“Infallibile Magica Serratura Yale”. Si trattava di un congegno privo di molle e di tutte quelle componenti che di solito tendono a cedere. In seguito Yale inventò anche un dispositivo antiscasso, arrivando a sostenere che fosse addirittura a prova di polvere da sparo. Il secondo modello da lui inventato, l’“Infallibile Sicura Serratura Yale”, era una versione perfezionata della precedente. Negli anni ’60 dell’800 Yale ideò la Monitor Bank, la prima serratura da banca con combinazione, e la Double Dial Bank Lock. Più avanti si dedicò alla rielaborazione di un meccanismo noto già agli antichi Egizi (oggi detto pin-tumbler), da cui prese spunto per la serratura a cilindro da lui brevettata. Nel 1868, insieme a Henry Towne, Yale fondò la Yale Lock Manufacturing Company, ma morì appena tre mesi dopo l’inizio dei lavori di costruzione dello stabilimento. Nel 1879, alla produzione di serrature si aggiunse quella di lucchetti e paranchi a catena, e Yale divenne il maggiore fabbricante di serrature al mondo.
  5. 5. 020 021 MACINAPEPE PEUGEOT (1874) Jean-Frédéric Peugeot (1770-1822) Jean-Pierre Peugeot (1768-1852) Peugeot, dal 1874 a oggi PORTATOAST (1878) Christopher Dresser (1834-1904) Hukin & Heath, dal 1881 al 1883 Alessi, dal 1991 a oggi Nel 1810 i fratelli Peugeot convertirono il mulino di famiglia situato nella Francia orientale in un’acciaieria, e nel 1818 ricevettero la licenza per la produzione di utensili, divenendo dal 1874 il principale produttore di macinapepe al mondo. Fra gli 80 modelli commercializzati dall’azienda, per un totale di 2 milioni di pezzi all’anno, il macinapepe più popolare rimane il Provence, prodotto sin dal 1874 e alto 17,5 cm. Se in apparenza il modello è tradizionale, il suo semplice disegno e l’innovazione tecnica ne trascendono lo stile. Il meccanismo regolabile brevettato sfrutta una duplice fila di denti a spirale che incanalano e convogliano i grani di pepe, prima rompendoli e poi macinandoli. L’acciaio temperato garantisce l’affidabilità e la durabilità che hanno reso famosi questi macinini. Nel 1850 la Peugeot elesse come suo simbolo il leone, le cui possenti mandibole alludono alla forza di un meccanismo praticamente indistruttibile. Sebbene molto simile agli oggetti realizzati in Germania dal Bauhaus, questo portatoast fu progettato dal designer britannico Christopher Dresser più di 40 anni prima dell’apertura della scuola tedesca. Agli albori del XX secolo il suo lavoro fu esaltato dai modernisti, ma anche se Dresser aveva spesso disegnato oggetti dall’estetica minimalista, ricorrendo a semplici forme geometriche, egli non fu mai fautore di uno stile particolare di design o di una rigida dottrina. Nei suoi oggetti d’argento si concentrò su un uso parsimonioso del materiale, lasciando disadorna la maggior parte delle superfici. Nel portatoast questa sua economia stilistica è assai evidente: dieci rebbi cilindrici conficcati su un piatto oblungo. Quattro ne fuoriescono per formare i piedi, mentre i sei restanti sembrano piantati come chiodi, dettaglio probabilmente ispirato dai chiodi a vista degli oggetti giapponesi di metallo. Il manico a “T” è anch’esso un motivo giapponese ripreso in molti progetti di Dresser. Nel 1876 fu il primo designer europeo a visitare il Giappone. Inizialmente realizzato in argento dalla Hukin & Heath, azienda britannica per la quale Dresser aveva lavorato molti anni, il pezzo è stato riproposto da Alessi nel 1991 nella versione in acciaio inox lucido.
  6. 6. 022 023 CAVATAPPI WAITER’S FRIEND (1882) Karlf F.A.Wienke Vari fabbricanti, dal 1882 a oggi COLTELLI WÜSTHOF CLASSIC (1886) Ed Wüsthof Dreizackwerk KG Ed Wüsthof Dreizackwerk KG, dal 1886 a oggi Brevettato a Rostock in Germania nel 1882, il design originale del modello di Karl F. A. Wienke è rimasto pressoché immutato da allora. Insuperabile per il suo mix di semplicità, praticità e prezzo abbordabile, il cavatappi a leva singola è ancora prodotto in serie in tutto il mondo. Il Waiter’s o Butler’s Friend (l’“amico del cameriere” o “del maggiordomo”) fu così chiamato perché tascabile (11,5 cm) e facilmente richiudibile. Il modello originale prevedeva una leva manuale in acciaio con tre appendici retrattili: un coltello per tagliare il sigillo di stagnola sul tappo, un cavatappi a elica in metallo e un perno per afferrare l’orlo del collo della bottiglia. Molte aziende tedesche produssero il Waiter’s Friend, tra cui Eduard Becker di Solingen. Malgrado il successo di modelli rivali, il cavatappi di Wienke continua a incontrare il favore di fini esperti di vino e dei camerieri. Sul mercato è ormai disponibile tutta una pletora di cavatappi simili – dalle versioni più economiche in acciaio ai modelli più elaborati con manici di plastica rigida Abs, lame micro-seghettate in acciaio inox, viti a cinque giri ricoperte da teflon – ma tutti ricorrono al design e alle funzioni del modello brevettato da Wienke. Il design del coltello Wüsthof Classic è rimasto pressoché immutato da quando apparve per la prima volta nel 1886. Disegnata e prodotta dalla Wüsthof di Solingen in Germania, la serie Classic è stata creata sia per cuochi professionisti sia per uso domestico ed è diffusa in tutto il mondo. La bellezza e il successo del suo design sono dovuti all’abbinamento di semplicità di forme e facilità di uso, alti standard artigianali ed elevata qualità dei materiali. Lanciata agli inizi della Rivoluzione Industriale, la gamma di coltelli Wüsthof Classic è forgiata con un sistema particolare che evita che la lama si allenti o si stacchi dal manico. Il codolo, infatti, è visibile nella sua interezza e dalla lama arriva al centro del manico. Non occorrono stampigliature, saldature o giunti e si eliminano così le criticità di forma e di produzione del coltello. La triplice caratteristica rivettatura lungo il manico costituisce un metodo semplice per garantire una tenuta salda e sicura delle tre parti che lo compongono. I coltelli Wüsthof Classic devono la loro duratura popolarità alla natura minimale e poco pretenziosa della forma e dei materiali.
  7. 7. 026 027 COLTELLINO DELL’ESERCITO SVIZZERO (1891) Karl Elsener (1860–1918) Victorinox, dal 1891 a oggi Il famoso design di questo coltello fu creato per i militari. La croce elvetica campeggia oggi su un utensile multifunzionale e di qualità superiore. Karl Elsener iniziò la sua attività come coltellinaio e nel 1891 rifornì l’esercito svizzero con il suo primo ordine. In seguito fondò l’Associazione dei maestri coltellinai svizzeri, 25 in tutto, per facilitare il processo produttivo con la condivisione delle risorse. Il coltello da soldato non riscosse però il successo auspicato e a Elsener rimasero pesanti debiti da saldare. Senza darsi per vinto, continuò a cercare di risolvere il problema del peso e della funzionalità limitata, e nel 1897 registrò un nuovo modello, favorevolmente accolto sia dall’esercito svizzero sia dal mercato. Il coltello così riprogettato aveva un profilo più elegante di quello originale e soltanto due molle per sei utensili. Elsener diede alla sua azienda in espansione il nome di sua madre, Victoria, e nel 1921 aggiunse al marchio esistente la dicitura internazionale dell’acciaio inox: Victorinox. Oggi questo marchio vanta un assortimento di circa 100 prodotti che condividono i medesimi ideali originari di qualità del design e funzionalità. TAPPO MECCANICO HUTTER (1893) Karl Hutter Vari fabbricanti, dal 1893 circa a oggi Inventato da Charles de Quillfeldt, il tappo meccanico Lightning Stopper rivoluzionò l’industria dell’imbottigliamento della birra e delle bibite gassate, che fino ad allora in genere aveva utilizzato tappi di sughero. Il primo tentativo di creare un tappo per questo tipo di bevande fu quello di Henry William Putnam, che nel 1859 inventò una guarnizione di filo metallico da fissare sulla sommità del tappo per trattenerlo. Charles de Quillfeldt aggiunse una guarnizione di gomma attorno al tappo di sughero, la quale, penetrando nel collo, sigillava la bottiglia. La più significativa miglioria al brevetto originale di Quillfeldt arrivò nel 1893, quando Karl Hutter ideò un tappino in porcellana provvisto di una guarnizione di gomma. Oltre a essere estremamente facile da aprire e chiudere, lo swing top di Hutter permise di correggere la forma delle bottiglie, alle quali non serviva più un collo lungo per proteggere il tappo di sughero. Negli anni ’20, il Tappo Meccanico Hutter era ormai stato superato da quello a corona, un semplice tappo metallico con un bordo corrugato, ma aveva lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo. Un modello di Tappo Meccanico Hutter è ancora usato dal fabbricante di birra olandese Grolsch, che lo adottò nel 1897.
  8. 8. 028 029 SEDIA BLOEMENWERF (1895) Henry van de Velde (1863-1957) Société Henry van de Velde, dal 1895 al 1900 Van de Velde, dal 1900 al 1903 Adelta, dal 2002 a oggi Henry van de Velde fu deriso quando nel 1895 inaugurò la sua casa Bloemenwerf nel sobborgo Uccle di Bruxelles. In verità, essa esprimeva un nuovo ideale di abitazione intesa come opera d’arte integrata, che prefigurava le imprese della Wiener Werkstätte e costituiva un precoce segnale dell’Art Nouveau. Finanziato dalla ricca suocera, nei primi anni ’90 dell’800 l’ex pittore si rivolse alle arti decorative e applicate. Il suo ideale si scontrava sia con la bassa qualità della produzione in serie, sia con l’imperante tendenza alle decorazioni superflue. Il design dei suoi mobili era dunque improntato a una prospettiva razionale: la credenza e l’elemento centrale del tavolo da pranzo presentavano piastre in ottone per evitare che i piatti caldi ne segnassero le superfici. Le sedie in faggio richiamavano invece sensazioni di armonia e comfort, in linea con il design rustico inglese del XVIII secolo, ma proponendo anche un balzo verso la contemporaneità. Fondata nel 1895, la Société Henry van de Velde gli valse una grande reputazione. La sedia Bloemenwerf fu riesumata nel 2002, quando l’azienda tedesca Adelta lanciò una serie di undici riproduzioni Van de Velde. GRAFFETTA (1899) Johan Vaaler (1866-1910) Vari fabbricanti, dal 1899 a oggi La graffetta è una di quelle invenzioni a tecnologia zero che dimostrano quanto le idee più semplici siano spesso le migliori. L’odierna graffetta è stata affinata alle dimensioni ottimali (un filo di metallo lungo 9,85 cm del diametro di 0,08 cm), per una giusta tensione tra solidità e flessibilità. Opera del norvegese Johan Valer, fu creata nel 1899. Nel 1900 l’inventore americano Cornelius Brosnan aveva depositato un brevetto per il modello Konaclip. Fu l’azienda inglese Gem Manufacturing a disegnare la prima graffetta a forma di doppio ovale che conosciamo: si differenzia dall’originale di Vaaler perché l’altro angolo arrotondato protegge ulteriormente la carta da possibili graffi del metallo. In seguito proliferarono altri modelli: “a forma di gufo”, “ideale” (per un numero maggiore di fogli di carta), “antiscivolo”… La Norvegia è ancora oggi la casa spirituale della graffetta e lo dimostra un episodio storico: durante la Seconda guerra mondiale, quando le forze di occupazione naziste vietarono ai norvegesi di indossare qualsiasi tipo di spilla che richiamasse l’immagine del loro re, i norvegesi iniziarono a portare a mo’ di spilla proprio le graffette.
  9. 9. 032 033 SEDIA DALLO SCHIENALE A SCALA PER LA HILL HOUSE (1902) Charles Rennie Mackintosh (1868–1928) Cassina, dal 1973 a oggi Charles Rennie Mackintosh è stato uno dei più importanti protagonisti inglesi del design del XX secolo. Dopo essersi diplomato alla Scuola d’Arte di Glasgow, si vide commissionare dall’editore Walter Blackie una casa (The Hill House) a Helensburgh, in Scozia. Blackie era rimasto affascinato dall’approccio di Mackintosh, secondo cui la progettazione di un edificio andava affidata a un unico designer, dall’architettura fino alle posate e alle maniglie delle porte. Fu per la camera da letto di Blackie che Mackintosh ideò la Ladder Back Chair (“Sedia dallo schienale a scala”). Prendendo le distanze dal naturalismo floreale dell’Art Nouveau, Mackintosh adottò una geometria astratta ispirata ai motivi decorativi rettilinei del design giapponese. Volendo bilanciare gli opposti, disegnò una struttura di legno di frassino scuro come l’ebano in aperto contrasto con il muro bianco alle spalle. L’altezza della sedia, apparentemente eccessiva, era in realtà studiata apposta per far risaltare le caratteristiche spaziali della stanza. Per Mackintosh, gli effetti visivi di una struttura integrata contavano più della qualità dell’esecuzione artigianale e della genuinità dei materiali propugnate dai suoi contemporanei dell’Arts & Crafts. LAMPADA FORTUNY MODA (1903) Mariano Fortuny y Madrazo (1871-1949) Pallucco Italia, dal 1985 a oggi Con questo progetto Mariano Fortuny y Madrazo sperimentò la lampadina elettrica di recente invenzione. Talvolta accade che tecnologia, scienza e materiali si sposino con gli interessi e le idee di un designer, dando vita a un oggetto ingegnoso: è questo il caso della Lampada Fortuny Moda. Le intuizioni dell’artista su come la luce potesse trasformare il palcoscenico lo portarono a esplorare l’illuminazione indiretta degli interni. Riflettendo la luce per mezzo della stoffa, riuscì a creare qualsiasi tipo di atmosfera. Fortuny y Madrazo brevettò il suo sistema di illuminazione indiretta per il palcoscenico nel 1901, per poi perfezionarlo e brevettare nel 1903 la Fortuny Moda. Fu probabilmente il treppiede della macchina fotografica a influenzare il disegno della sua base, con la gamba centrale regolabile e la testa rotante. Il paralume, ribaltabile, è invece una semplice inversione dei paralumi tipici dell’epoca. La genialità di Fortuny y Madrazo sta tutta nella combinazione di questi elementi in un’unica forma sempre attuale. Da un punto di vista concettuale, la lampada era in anticipo sui tempi, e ancora oggi colpisce per la sua personalità assolutamente unica.
  10. 10. 040 041 POLTRONA KUBUS (1910) Josef Hoffmann (1870-1956) Franz Wittmann Möbelwerkstätten, dal 1973 a oggi Guardando la Kubus si stenta a credere che sia stata prodotta prima del 1910, anno in cui fu esposta a Buenos Aires. Il suo designer, Josef Hoffmann, ebbe un ruolo fondamentale nel dar vita al Modernismo viennese: co-fondò la Wiener Werkstätte nel 1903 con l’intento di salvare le arti decorative dalla svalutazione estetica indotta dalla produzione in serie. Hoffmann era stato influenzato dall’idea di “opera artistica integrale” di Otto Wagner, secondo cui l’architetto poteva essere coinvolto in tutti gli aspetti del design. La poltrona è un blocco di poliuretano fissato a un telaio di legno e rivestito in pelle nera. Il trapuntato quadrato, regolare e austero, è la firma di Hoffmann, la cui forma preferita era appunto il cubo. La Wiener Werkstätte intendeva portare un buon design in ogni ambito della vita quotidiana, pur scontrandosi con il suo impegno per un design realizzato interamente a mano e con la sua vocazione alla sperimentazione artistica. I progetti si rivelarono per forza di cose cari ed esclusivi, ma anticiparono il Modernismo. Nel 1969 la fondazione Josef Hoffmann concesse alla Franz Wittmann Möbelwerkstätten il diritto esclusivo di rimettere in produzione la Poltrona Kubus. MOLLA FERMACARTE (1911) Louis E. Baltzley (1895-1946) LEB Manufacturing, 1911 Vari fabbricanti, fino a oggi La molla fermacarte, inventata da Louis E. Baltzley nel 1911, presenta un design semplice ma originale, ideale per tenere insieme fogli di carta non rilegati. L’ispirazione per questo elegante oggetto gli venne dal padre Edwin, scrittore prolifico: il sistema in uso all’epoca per tenere in ordine i fogli manoscritti consisteva nel praticarvi fori ai margini e nel cucirli con ago e filo. In caso di aggiunta o di rimozione di qualche pagina, però, occorreva rifare l’intera rilegatura. Con la molla fermacarte Louis trovò la soluzione perfetta per ovviare a questo problema. Sulla base nera, in metallo robusto ma flessibile, fissò tramite cerniere due stanghette mobili di metallo. Ripiegate all’indietro, le stanghette esercitano una forte azione di leva che spalanca la base, mentre una volta chiuse sul davanti permettono di mantenere saldamente fermi i fogli di carta in essa inseriti. Baltzley iniziò a produrre il fermacarte nella sua azienda, la LEB Manufacturing, e più tardi ne concesse la licenza ad altre. Tra il 1915 e il 1932 modificò il design originale almeno cinque volte, senza immaginare che il suo fermacarte sarebbe stato reperibile in tutti i posti di lavoro ancora il millennio dopo.
  11. 11. 042 043 POLTRONA E DIVANO CHESTER (1912) Designer sconosciuto Poltrona Frau, dal 1912 al 1960, dal 1962 a oggi Vari fabbricanti, dal 1912 a oggi La Poltrona e il Divano Chester si ispirano alle classiche poltrone dei club inglesi e delle case di campagna dell’età edoardiana. Il loro design, scevro di qualsiasi fronzolo o materiale superfluo, si concentra sul tessuto, sulla struttura e sulla realizzazione. Il rivestimento in pelle si modula in una serie di pieghe o plissé sulle estremità dei braccioli tondeggianti e sporgenti, per creare il marchio di fabbrica della linea, mentre lo schienale e i braccioli impunturati a mano danno vita al motivo Chesterfield romboidale. Un sistema di sospensioni con molle in acciaio, collegate a strisce di juta, interviene a formare la struttura e a plasmare il rivestimento in crine di cavallo sagomato a mano per un corretto assorbimento del peso e una ridotta mobilità della seduta. Ne risulta un divano armonizzato perfettamente con il corpo. L’estrema attenzione portata al dettaglio assicura da sempre la perennità al design Chester: ogni suo elemento – dalla solida struttura in legno di faggio stagionato ai cuscini di piuma d’oca, alle pelli tagliate con la lama del pellettiere – è creato con amorevole artigianalità. E così il Chester continua a essere il modello di Poltrona Frau più famoso al mondo. SERVIZIO DI BICCHIERI SERIE B (1912) Josef Hoffmann (1870-1956) Lobmeyr, dal 1914 a oggi Dal 1910, Hoffmann intrattenne una lunga collaborazione con la J&L Lobmeyr e l’azienda viennese, insieme al suo direttore Stefan Rath, si attestò come uno dei più entusiasti sostenitori delle forme austere del designer. La Serie B fu tra i primi frutti di quella proficua partnership e tuttora è prodotta. Nella sua modernità e purezza di forme, nel ricorso al bianco e nero, il design di questo servizio racchiude lo stile di Hoffmann e della Wiener Werkstätte, fondata nel 1903 dallo stesso designer e da Koloman Moser come cooperativa di arti applicate. Al pari di altri design nati dal tandem Hoffmann-Lobmeyr, la Serie B è in cristallo soffiato, decorata con bronzite nera e smerigliata: questa tecnica, messa a punto un paio di anni prima in Boemia, permetteva di rivestire il vetro con uno strato di bronzite sul quale andava in seguito applicato il motivo a vernice. La parte eccedente di bronzite non ricoperta dalla vernice era poi rimossa con un acido, al fine di conferire alla decorazione una lucentezza metallica. Lobmeyr godette di altissima reputazione e i suoi prodotti entrarono a far parte già negli anni ’20 delle collezioni del MoMA di New York e del V&A di Londra.
  12. 12. 044 045 CERNIERA LAMPO (1913) Gideon Sundback (1880-1954) Hookless Fastener (Talon), dal 1913 a oggi Vari fabbricanti, dagli anni ’30 del ’900 a oggi La lampo fu inventata come “chiusura a ganci” da Whitcomb Judson: brevettato nel 1893, questo sistema per allacciare le scarpe comprendeva due file parallele di gancetti metallici dall’aspetto sgraziato; in seguito, un immigrato svedese di nome Gideon Sundback perfezionò il design di Judson portando a dieci il numero di “denti” per ogni inch (2,54 cm) e ideando un metodo per produrre in serie il suo hookless fastener. Nel 1923 la BF Goodrich decise di integrare la cerniera nelle sue galosce. Un addetto al marketing della stessa ditta suggerì di chiamare la cerniera zipper, per la velocità del suo utilizzo e per il rumore che si faceva chiudendola. La zip si fece così strada nel campo dell’abbigliamento a partire dagli anni ’30, dapprima nei vestiti per bambini, e poi nei pantaloni maschili, fino alla sua odierna onnipresenza globale. Di fatto, la zip è ormai ben più di un semplice sistema per allacciare un indumento. Svariati capi di abbigliamento, come quelli da motociclismo o quelli punk degli anni ’70 di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, sarebbero inconcepibili senza le loro numerose zip, per lo più decorative. LAPIS DIXON TICONDEROGA (1913) Dixon Ticonderoga Dixon Ticonderoga, dal 1913 a oggi Nel 1860 la maggior parte delle persone scriveva ancora con penna e calamaio. Nel 1872 la Joseph Dixon Crucible Company realizzava oltre 86 000 lapis al giorno e nel 1892 ne aveva già prodotti oltre 30 milioni. Anche se non fu Dixon a inventare il lapis, né a idearne la tipica struttura ottagonale in legno con cuore di grafite, a questo versatile strumento di scrittura, pulito e utile, viene associato il suo nome perché egli ne avviò la produzione in serie, assicurandone al contempo l’eccellente fattura. Joseph Dixon (1799-1869), che aveva realizzato i suoi primi lapis nel 1829, a fine ’800 era già diventato il leader del settore. L’ingegnoso design delle sue apparecchiature includeva una macchina che lavorava il legno sfornando 132 matite al minuto. L’elevata qualità delle matite Dixon ne garantisce lo status di oggetto senza tempo. Il nome “Ticonderoga” fu aggiunto nel 1913 su una ghiera in ottone (oggi in plastica verde) con due strisce gialle, divenute il marchio distintivo del lapis che ancora oggi usiamo comunemente.
  13. 13. 046 047 APRISCATOLE ORIGINALE SIEGER (1913) Gustav Kracht Sieger (ex August Reutershan), dal 1913 a oggi L’Apriscatole Sieger è il perfetto esempio di oggetto funzionale che mantiene immutato nel tempo il proprio fascino. Da quando fu inventato nel 1913, il Sieger – che in tedesco significa “vincitore” – non è cambiato poi di molto. Per aprire le scatolette di latta prima della Prima guerra mondiale si ricorreva a un utensile sottile a forma di gancio. Il Sieger trasformò radicalmente questa operazione, diventando subito popolare. Oggi il suo meccanismo, una superficie lucida e nichelata, prevede uno strato in plastica, ma lama, ruote portanti e dispositivo per sollevare i coperchi sono in acciaio temperato. L’utensile ha dimensioni ridotte: 15 cm di lunghezza, 5 di larghezza, un manico largo appena 2,2 cm per un peso di soli 86 grammi. L’apriscatole divenne l’articolo di punta dell’August Reutershan Company, fondata nel 1864 a Solingen, e al modello originale presto se ne affiancarono di nuovi: l’Eminent nel 1949, il Gigant nel 1952, lo Zangen-Sieger nel 1961, e nel 1964 Der große Sieger, una versione da parete. L’originale continua a essere ancora oggi un best-seller internazionale, tanto che la August Reutershan ha deciso di cambiare il proprio nome in Sieger. CASSETTA STATUNITENSE DELLA POSTA (1915) Roy J. Joroleman Post Office Department, dal 1915 a oggi La Cassetta di Roy Joroleman nacque per standardizzare la consegna della posta nelle strade rurali americane, iniziata nel 1896. A quei tempi le cassette postali erano fatte in casa, con recipienti di fortuna fissati a un paletto. Nel 1901 il Servizio Postale degli Stati Uniti incaricò una commissione di esaminare vari progetti, e alla fine scelse come standard di riferimento la cassetta a tunnel di Roy Jeroleman. Adottato nel 1915, il progetto non venne brevettato per incoraggiare la concorrenza. Nel 1928 fu approvata una cassetta più grande, la N. 2 Size Box, in grado di alloggiare anche pacchetti, e da allora entrambi i modelli sono rimasti in produzione. Il loro semplice design non si discosta molto da quello dei loro predecessori. Pur aumentando di dimensioni per alloggiare sia lettere sia giornali, rimanevano infatti contenitori di latta, anche se presentavano un lato appiattito, un’estremità apribile a cerniera e l’asticella che segnalava la presenza di posta in partenza o in arrivo. Il design funzionale permise di produrla a prezzi competitivi. Nel mondo digitale odierno, la cassetta della posta a tunnel annuncia a buon diritto i messaggi di posta elettronica.
  14. 14. 048 049 BORRACCIA LAKEN CLÁSICA (1916) Gregorio Montesinos (1880-1943) Laken, dal 1916 a oggi Al primo posto nell’elenco dell’attrezzatura necessaria per una spedizione che si rispetti c’è la Borraccia Laken. Il designer spagnolo Gregorio Montesinos aveva intuito le potenzialità dell’alluminio (robustezza, leggerezza e proprietà antiossidanti) mentre lavorava in Francia. Di ritorno in Spagna nel 1912, fondò la Laken a Murcia e iniziò a realizzare contenitori d’acqua economici, in alternativa alle pesanti borracce in ceramica e vetro. Progettata per le forze armate, la sua Clásica era fatta al 99,7 % in alluminio puro. Un rivestimento esterno in feltro o cotone mantiene fresca l’acqua, protegge la bottiglia da possibili rotture e può anche essere imbevuto a sua volta, per raffreddare ulteriormente l’acqua tramite il processo di evaporazione. Alta 18,5 cm, la Clásica è disponibile in due formati, quello con diametro 13,8 cm e quello con diametro 8,2. Resistente alle temperature estreme, la borraccia Laken ha accompagnato tante spedizioni al Polo Nord, in Antartide, nel Sahara e in Amazzonia, ed è tuttora il modello preferito dagli eserciti. La Laken rimane l’azienda leader del settore. OROLOGIO DA POLSO TANK (1917) Louis Cartier (1875-1942) Cartier, dal 1919 a oggi La prima collezione di orologi da polso Cartier risalente al 1885 era destinata esclusivamente al mercato femminile. Tra gli uomini l’oggetto riuscì ad affermarsi soltanto durante la Grande guerra, quando se ne comprese l’inestimabile praticità: che si fosse intenti a guidare un’auto o a pilotare un aereo, l’orologio da polso permetteva di leggere l’ora quando sarebbe stato impossibile estrarre dal taschino la classica cipolla. Di solito quest’ultima era squadrata, smussata negli angoli, oppure tonda, rettangolare, esagonale o ottagonale. Con la sua cassa rettangolare, ispirata a quella dei blindati della Prima guerra, visti dall’alto il Tank rivoluzionò quel contesto. I suoi lati rappresentano i cingoli rigidi che, estendendosi oltre la cassa, fungono da fibbia alla quale attaccare il cinturino. Il Tank, ideato nel 1917, fu lanciato soltanto nel 1919, conquistando un successo folgorante. Questo modello continua a essere prodotto ai giorni nostri, anche se con un meccanismo al quarzo. Per certi aspetti, il Tank è vittima della sua stessa fama, giacché detiene lo sfortunato primato di orologio da polso più imitato di tutti i tempi.
  15. 15. 052 053 CARAFFA N. 432 (1920) Johan Rohde (1856-1935) Georg Jensen, dal 1925 a oggi Dopo aver commissionato alcuni oggetti per uso personale all’argentiere Georg Jensen di Copenaghen, il pittore e litografo Johan Rohde si vide da lui assumere a tempo pieno in veste di designer. Iniziata nel 1906, la collaborazione fra i due artisti portò alla creazione di diversi pezzi d’argento di ottima fattura, spesso caratterizzati da linee curve. Se i servizi da tè, le ciotole e i candelieri disegnati da Rohde erano decorati con intricati motivi di fiori, frutta e animali, la sorprendente semplicità e il design funzionale della Caraffa N. 432, del 1920, annunciavano invece l’avvento dello stile essenziale e sobrio degli anni ’30, tanto che, ritenuta troppo all’avanguardia per piacere alla clientela, essa entrò in produzione soltanto nel 1925. Originariamente in argento, nelle versioni successive il manico applicato era d’avorio, per un lusso maggiore. Soltanto poche manifatture di argentieri danesi – tra cui l’eccezionale laboratorio di Georg Jensen – si sforzarono di mantenere alta la tradizione artigianale. Ancora oggi, molti progetti firmati da Rohde continuano a essere prodotti dalla Georg Jensen, che dal 1985 appartiene alla Royal Copenhagen. FIASCHETTA DA WHISKY (ANNI ’20) Designer sconosciuto Vari fabbricanti, dagli anni ’20 a oggi Le fiaschette per contenere whisky o liquori erano accessori popolari fin dal XVIII secolo, ma le trasformazioni del tessuto sociale negli anni ’20 e l’avvento del Proibizionismo negli Stati Uniti ne mutarono e ampliarono l’utilizzo. Prima di allora, erano solitamente d’argento, ideate per essere portate in tasca e tenute con una mano sola. La maggior parte era dotata di un tappo a cerniera con sistema di chiusura a baionetta, mentre altre avevano un bicchierino rimovibile o un tappo svitabile assicurato a una catenella. Le dimensioni variavano da 0,03 a 1,14 litri, e le forme si adattavano ai contorni del corpo. Per lo più erano relativamente disadorne ma, a seconda degli stili dell’epoca, alcune presentavano incisioni o forme che ritraevano animali o oggetti particolari. Tali fiaschette sono le più ricercate dagli odierni collezionisti. La versione più in voga negli anni ’20 era un modello sottile che poteva essere fatto scivolare con discrezione nella tasca posteriore dei calzoni o nella borsetta, o addirittura fissato alla giarrettiera. Grazie alla semplicità di realizzazione, la Fiaschetta da tasca da due pezzi con tappo svitabile divenne ben presto un elegante standard.

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