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L' USO DELLA TORTURA NEGLI
ANNI DI PIOMBO
Aprima vista, la notizia è che negli anni ' 70 e ' 80 ci fu un ricorso non episo...
non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, "professor De Tormentis".
Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la ...
Torture contro le Brigate
rosse: chi si nasconde dietro
l’eteronimo “De Tormentis”?
Chi diede il via libera
alle torture?
...
Prima parte
L’outing del capo della squadra speciale del ministero dell’Interno
addestrata all’uso del waterboarding per i...
Ma chi c’era ancora più su?
Sarebbe interessante sapere come l’ordine sia passato dal livello
politico a quello sottostant...
Il libro di Rao contiene anche la testimonianza di Antonio Savasta, collaboratore di
giustizia.  Il racconto del più impor...
Il “professor de tormentis” e il “pentito” Antonio Savasta ricordano e rivendicano
rispettivamente le torture e le delazio...
Facciamo allora un salto all’indietro nel tempo per capire come stanno davvero le cose.
Il 7 dicembre del 1976 le Br roman...
Parla il capo dei “Cinque dell’Ave
Maria”, l’ex funzionario Ucigos
Nicola Ciocia: «Torture contro i
Br per il bene dell’It...
Certo, «i metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver
avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti i...
primo processo sulle sevizie ai br, quando fu descritta «l’esistenza di una
struttura organizzata (non individuabile in qu...
Nel 1977, quando l’ispettorato antiterrorismo di Santillo viene sciolto, ecco
l’ultimo “scatto”. Il funzionario viene chia...
non gli perdonò le soffiate. «Dopo Senzani andammo a Padova per Dozier. Il
Paese era in preda al panico, io ero un duro ch...
Torture contro le Brigate rosse: il
metodo “De Tormentis”
Posted on dicembre 1, 2011
«De Tormentis» è l’eteronimo sotto il...
 
Nicola Rao nel suo libro,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi
speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai r...
[…]
Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011.
Accompagnato dalla sua signora, che ha p...
Gli domando: «Il ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, ha più
volte detto che il governo italiano ebbe pesan...
morti nelle proprie file.
Terminato il libro, le domande senza risposta si sono moltiplicate. Chi decise
di ricorrere a me...
Il 3 gennaio 1982 vengono arrestati a Roma, in via della Vite, Ennio Di Rocco, 22 anni,
e Stefano Petrella 26, entrambi mi...
a scrivere su una delle riviste più estremiste del regime (La Difesa della razza di Telesio
Interlandi eItalia e civiltà)*...
Allora si passò alla fase successiva. Uno alla volta, furono portati in un altro locale.
Spogliati, distesi e legati mani ...
visto un verbale, che non ho firmato, datato 8 gennaio 1982».
Insomma, Di Rocco denunciò le torture e il trattamento, amme...
Torture in Italia: Nicola Ciocia,
alias professor “De Tormentis”, è
venuto il momento di farti avanti
Posted on dicembre 1...
“metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata.
Rivelazioni che portano un colpo decisivo alla te...
indicibili. De Tormentis non si risparmia ed ammette “i metodi forti”:
«Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si d...
avvocato. Accanto al questore Mangano partecipò alla cattura di Luciano
Liggio; poi in servizio a Napoli sia alla squadra ...
Enrico in gennaio 10, 2012 alle 1:49 pm ha detto:
Alcune doverose precisazioni sul “caso de tormentis”
Dopo aver letto alc...
formalizzata e si aprì un’inchiesta contro ignoti. Ma, non potendo riconoscere nessuno
dei suoi torturatori, il 7 novembre...
Gli anni spezzati dalla tortura di
Stato. Per la seconda volta una
sentenza della magistratura
riconosce l’uso della tortu...
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA
SEZIONE PENALE
Composta dai Magistrati:
Dott. Massimo RICCIAREL...
fiducia Avv. Francesco Romeo del Foro di Roma (dom. dich. atto nomina
difensore e elezione domicilio su richiesta revision...
ed agenti di Polizia Giudiziaria appartenenti alla P.S., sapendoli innocenti,
di averlo costretto con torture fisiche e re...
La Corte di Appello di Roma con sentenza emessa in data 26.10.1984
confennava la sentenza del Tribunale di Roma.
La Corte ...
Svolgimento del processo
Triaca Enrico, chiamato a rispondere dinanzi al Tribunale di Roma, a seguito della riunione
di du...
Poi in Questura era stato condotto in camera di sicurezza. A suo dire le torture erano state
praticate dopo che egli aveva...
Si <lava conto del tentativo operato dall'autorita inquirente di conoscere i nomi di coloro
che avevano avuto contatti con...
Del libro del Rao si parlava anche nella trasmissione "Chi l'ha visto?" del1'8-2-2012: nel
corso di essa veniva intervista...
Motivi della decisione
Enrico Triaca, tratto in arresto ii 17-5-1978 nell'ambito delle indagini riguardanti ii
sequestro e...
Tale premessa enecessaria per comprendere il significato del presente giudizio di revisione,
volto ad introdurre per contr...
Stato uccise le Brigate Rosse. La storia mai raccontata", nel quale aveva di nuovo rievocato
le vicende legate all'azione ...
Ha raccontato il Genova che della pratica aveva gia sentito parlare ma solo in quelle
occasioni vide all'opera i1 De Torme...
L'uso della tortura negli anni di piombo | Adriano Sofri, La Repubblica 16.02.2012
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  1. 1. L' USO DELLA TORTURA NEGLI ANNI DI PIOMBO Aprima vista, la notizia è che negli anni ' 70 e ' 80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della "lotta armata" ­ e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore ), programmi televisivi ("Chi l' ha visto"), articoli (come l' intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già "professor De Tormentis", questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ' 80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine. A volte la cosa "scappava di mano", come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell' Interno, dichiarò: "Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto". Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della "cassetta": un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l' annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, "Serpico". All' indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l' agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, "reo confesso" nel 1976 dell' assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all' ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità. L' elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982... In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, "una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo") due squadre chiamate grottescamente "I cinque dell' Ave Maria" e "I vendicatori della notte". Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all' immunità parlamentare, infine pensionato: "Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com' era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale". Quel modo di tortura ­ accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne ­ non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ' 50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: "Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori... Lì, nell' attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l' hanno come ce l' abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!". Costui accetta di parlare con Rao, che
  2. 2. non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, "professor De Tormentis". Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all' allora ministro dell' Interno Virginio Rognoni. "Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l' accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!". Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull' Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l' avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant' anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però "da sempre fascista mussoliniano". Ecco qual è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l' esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori. ADRIANO SOFRI
  3. 3. Torture contro le Brigate rosse: chi si nasconde dietro l’eteronimo “De Tormentis”? Chi diede il via libera alle torture? Posted on novembre 30, 2011 Torno ancora una volta a parlare del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali“: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, sul quale non mancheranno altri post in futuro De Tormentis è in questa foto
  4. 4. Prima parte L’outing del capo della squadra speciale del ministero dell’Interno addestrata all’uso del waterboarding per interrogare gli arrestati accusati di appartenere alle Brigate rosse è uno dei pochi fatti nuovi venuti fuori dalla mole di pubblicazioni sulla lotta armata, il sequestro Moro e la storia delle Br, apparse negli ultimi mesi e in gran parte caratterizzate dai soliti approcci dietrologici. Il funzionario dell’Ucigos, che appare sotto l’eteronimo di “professor De Tormentis”, accompagnato anche dal racconto del commissario della Digos Salvatore Genova, inquisito per aver partecipato allatortura di Cesare Di Lenardo ma “salvato” dall’immunità parlamentare ottenuta grazie all’elezione come deputato nelle file del partito socialdemocratico, che in quegli anni vantava come segretario Pietro Longo, affiliato alla loggia P2, riconosce che una struttura ad hoc era stata creata nel 1978, quando venne impiegata durante il sequestro Moro contro il tipografo delle Br, Enzo Triaca. Struttura che – afferma “De Tormentis” –  venne messa in sonno dopo la denuncia di Triaca nella quale si raccontava in modo dettagliato il “trattamento” subito. Denuncia che costò a Triaca una ulteriore condanna per calunnia, anche se quei fatti – oggi sappiamo grazie alla circostanziata conferma di “De Tormentis” – erano veri. La struttura speciale, spiega ancora il maestro della tortura che simula l’annegamento con acqua e sale, fu riattivata durante il sequestro, da parte delle Br­pcc del generale americano James Lee Dozier. Una riunione del comitato interministeriale per la sicurezza presieduto dall’allora capo del governo, il repubblicano e ultra­ atlantista Giovanni Spadolini, diede il via libera all’uso della tortura per estorcere informazioni durante gli interrogatori. La struttura operò per due anni fino alla fine del 1982 non solo contro le Brigate rosse ma almeno in un caso anche contro un arrestato di destra. La confessione di “De Tormentis” e il riscontro incrociato con le parole di Genova non chiariscono però tutto. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta filiera di comando? Nel libro viene tirato in ballo Umberto Improta, allora dirigente Ucigos, poi promosso questore e successivamente prefetto. Di lui già si sapeva.
  5. 5. Ma chi c’era ancora più su? Sarebbe interessante sapere come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta dei Nocs capeggiata da Genova, che nel libro di Rao si racconta come il buono, uno che assisteva soltanto alle torture, quasi schifato dai metodi di “De Tormentis”. Quei Nocs, condannati in primo grado per violenza privata (in Italia il reato di tortura non esiste) ma prosciolti in seguito, racconta un compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare». Queste rivelazioni portano un colpo decisivo alle tesi apologetiche propagandate da magistrati come Giancarlo Caselli e Armando Spataro (cf. Il libro degli anni di piombo, Aa.Vv. curato da Marc Lazar, Rizzoli, oppure Ne valeva la pena, Laterza) o da ex giudici come Sergio Turone in, Il caso Battisti, Garzanti), secondo i quali la lotta armata per il comunismo sarebbe stata affrontata dallo Stato italiano con le sole armi dello stato diritto e l’applicazione alla lettera della costituzione, eccetera. Allo stato d’emergenza, alle leggi speciali e alla giustizia d’eccezione si accompagnò invece anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura impiegata in modo sistematico nel corso del biennio cruciale 1981­82 contro i militanti catturati, per giunta ricorrendo alla lezione dell’indiscusso maestro della tortura nel dopoguerra, quel Paul Aussaresses il cui manuale sperimentato in Algeria servì da libro di testo nella scuola delle Americhe che formò tutti gli ufficiali torturatori delle dittature sudamericane.
  6. 6. Il libro di Rao contiene anche la testimonianza di Antonio Savasta, collaboratore di giustizia.  Il racconto del più importante pentito delle Brigate rosse dopo Patrizio Peci è molto scadente. Dopo aver riempito migliaia di pagine di verbali Savasta poteva risparmiarsi questa ulteriore fatica. Delle sue parole colpiscono due cose: 1) il tentativo di minimizzare le violenze subite dopo l’arresto nelle ore in cui rimase nelle mani dei Nocs. “De Tormentis” nega di averlo torturato. Le violenze furono opera di altri, impressionante la scena del calcio scagliatogli in piena faccia con rottura del setto nasale, nonostante stesse collaborando da quasi 24 ore, solo perché la base dell’esecutivo nazionale situata a Milano e di cui aveva rivelato l’indirizzo venne trovata vuota. 2) il vizio di riferire fatti che nemmeno conosce formulando ricostruzioni sulla base di proprie convinzioni personali, come il tentativo di coinvolgere la brigata di Torre Spaccata nei fatti di Acca Larentia. In questo caso sospinto anche dalla curiosità di Nicola Rao, autore di numerosi libri sulla storia dell’estrema destra. E’ un po’ di tempo che da più parti si assiste al singolare tentativo di coinvolgere le Brigate rosse nelle uccisioni, rimaste non chiarite, di militanti dell’estrema destra. Se andate su Wikipedia troverete che l’omicidio di Mario Zicchieri, giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso davanti alla sua sezione nel quartiere Prenestino di Roma, viene attribuita ad un commando brigatista nonostante nell’ottobre 1975 non esistesse ancora nessuna colonna romana delle Brigate rosse. E quando questa nacque nel corso del 1976, dopo un laborioso lavorio di contatti e discussioni, le basi politiche della sua azione furono molto chiare e nette distinguendosi, come nel resto delle altre colonne, dalla pratica dell’antifascismo militante. Le Br erano veute a Roma per colpire il cuore dello Stato, non certo per alzare il tiro in un sterile guerra tra giovani di opposti colori politici. Al centro della loro azione c’era il sistema politico democristiano ed il 7 gennaio 1978 erano impegnate in ben altre faccende. Stavano mettendo a punto il rapimento del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro, preso in via Fani 78 giorni dopo. Pubblichiamo di seguito una documentata risposta alle inesatte affermazioni di Savasta. Torture, “pentimenti” e falsità. Recensione del libro di Nicola Rao “Colpo al cuore” di Sandro Padula
  7. 7. Il “professor de tormentis” e il “pentito” Antonio Savasta ricordano e rivendicano rispettivamente le torture e le delazioni per combattere le Brigate Rosse nell’Italia degli ultimi anni ’70 e dei primi anni ‘80. Questo, in sintesi, è il contenuto del saggio­inchiesta di Nicola Rao «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» (casa editrice Sperling&Kupfer, ottobre 2011), un libro utile per conoscere meglio il clima da Santa Inquisizione determinatosi in quel periodo storico della società italiana. Il “professor de tormentis”, poliziotto “anonimo” esperto in torture con acqua e sale, a dire il vero non inventò proprio nulla. La tortura chiamata “algerina”, meglio nota nel XXI secolo con il termine waterboarding perché praticata dagli Usa a Guantanamo, in Italia venne usata diverse volte dai carabinieri e dalla polizia. Negli ultimi mesi del 2007, un ex brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo “anti­terrorismo” di Napoli, che in provincia di Trapani partecipò alle prime indagini sulla “strage di Alcamo Marina” del 27 gennaio 1976, quando furono uccisi due carabinieri all’interno di una casermetta, ha raccontato di aver visto usare questo tipo di tortura per estorcere delle confessioni. Sia Giuseppe Vesco –  ragazzo dalle idee anarchiche e principale imputato poi “suicidatosi” in carcere il 26 ottobre 1976 –  che altri giovani accusati furono costretti ad ingoiare numerosi quantitativi di acqua e sale tramite degli imbuti inseriti in bocca. Senza dubbio l’uso più sistematico della tortura a suon di acqua e sale, magari condita da scosse elettriche e sigarette spente sui corpi,  avvenne dopo il decreto legge del 21 marzo 1978 n. 59 che autorizzava gli interrogatori delle persone arrestate senza la presenza dell’avvocato e del magistrato. Grazie a quella misura legislativa i governanti, i partiti di supporto alla maggioranza parlamentare denominata “solidarietà nazionale” e il Consiglio Superiore della Magistratura, agente come consigliere delle leggi speciali da introdurre, si assunsero la responsabilità politica di tutte le successive torture usate dalle forze dell’“ordine” contro le Br e le altre organizzazioni sovversive. Neppure l’ex br Antonio Savasta, con le confessioni estorte durante l’”algerina”a cui fu sottoposto dopo il suo arresto del 28 gennaio 1982, inventò qualcosa di nuovo. Da quando mondo è mondo si sa che le persone torturate spesso dicono cose vere e cose false insieme. Il fatto curioso è che oggi, spinto dalle sole domande di Nicola Rao, Savasta da un lato  racconti qualcosa di autentico e indiscutibile del proprio percorso politico degli anni ’70, ad esempio ricordando le lotte per la casa nella borgata romana di  San Basilio, e dall’altro senta il bisogno di sparare giudizi su fatti di cui non conosce letteralmente nulla e, fra una congettura e l’altra, di attribuire alle Br romane, e in particolare alla brigata di Torre Spaccata, una sorta di probabile responsabilità politica dell’azione sanguinaria avvenuta il 7 gennaio 1978 contro i neofascisti del Msi di via Acca Larentia. Nicola Rao, giornalista esperto dei fenomeni di destra e di destra radicale, cercava forse di fare uno scoop e quindi non si è per niente preoccupato di verificare l’attendibilità sul piano storico di tale ipotesi prodotta dal “pentito” in questione.
  8. 8. Facciamo allora un salto all’indietro nel tempo per capire come stanno davvero le cose. Il 7 dicembre del 1976 le Br romane rivendicarono gli attentati contro le autovetture di uomini politici come Vittorio Ferrari, consigliere democristiano alla quinta circoscrizione, e Umberto Gioia, segretario della Dc di Torre Spaccata. (http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=277). Pensavano che attaccando il regime democristiano sarebbe stato possibile mettere in crisi il sistema politico, leggi liberticide comprese, ed aprire nuovi spazi politici ai movimenti di lotta del proletariato. In maniera opposta ragionavano i neofascisti che nella Roma del 1977 ferirono Guido Bellachioma e uccisero Walter Rossi. E in maniera diversa operavano i militanti dei Nuclei Armati di Contropotere territoriale che il 7 gennaio 1978 realizzarono un assalto contro la sede del Movimento Sociale Italiano (MSI) a via Acca Larentia, nella zona romana dell’Appio­Tuscolano, che provocò la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Dopo quest’ultima tragedia nella capitale si intensificarono le azioni armate dei neofascisti contro i giovani di sinistra ma in quel periodo, com’è riconosciuto da tutti gli storici degni di questo nome, le Br cercarono sempre di canalizzare il sovversivismo rosso nella lotta contro il regime democristiano. Per tutte queste ragioni è priva di fondamento l’idea di Antonio Savasta, riportata nel saggio­inchiesta di Nicola Rao, secondo cui dietro l’agguato di Acca Larentia forse ci sarebbe stata la colonna romana delle Br e in particolare la brigata di Torre Spaccata. Antonio Savasta entrò nelle Br nei primi mesi del 1977, quando la colonna romana delle Br e la brigata di Torre Spaccata già esistevano in termini logistici e operativi. Non sapeva nulla, se non qualcosa di vago e solo per sentito dire da altri sentito dire, a proposito della strutturazione della colonna romana avvenuta nel biennio 1975­1976 e in riferimento alla composizione assunta nel corso degli anni dalla brigata di Torre Spaccata. Pensava di essere entrato nella colonna romana prima della nascita della brigata di Torre Spaccata ma questa convinzione è sbagliata. Riteneva inoltre che ci sarebbe stata equivalenza fra un gruppo di 7 presunti ex militanti di Viva il comunismo confluiti nelle Br, fra cui inserisce addirittura un ex militante di base del Partito Socialista Italiano, e la brigata di Torre Spaccata. Anche questa idea risulta però priva di fondamento. La brigata di Torre Spaccata, oltre a non svolgere le proprie attività nell’area dell’Appio­ Tuscolano,  non effettuò mai delle riunioni interne con i 7 presunti ex militanti di Viva il comunismo elencati da Savasta, anche perché una brigata poteva essere composta dai 3 ai 5 aderenti, nelle Br non si entrava in gruppo ma singolarmente e i brigatisti rossi abitanti nel quartiere non avevano mai fatto parte di Viva il comunismo. Nel 1978 le brigate romane seguirono sempre la linea ufficiale e nazionale delle Br. Già dall’estate del 1977 avevano discusso i documenti preparatori della Risoluzione Strategica del febbraio 1978. Sapevano in termini politici che l’organizzazione stava preparando un fortissimo attacco alla Democrazia Cristiana. Condivisero quella linea politica e se ne assunsero la responsabilità. Tutto questo significa che il saggio­inchiesta di Nicola Rao merita di essere letto sapendo ben distinguere, fra le sue righe, il vero dal falso!
  9. 9. Parla il capo dei “Cinque dell’Ave Maria”, l’ex funzionario Ucigos Nicola Ciocia: «Torture contro i Br per il bene dell’Italia» Posted on ottobre 13, 2011 Questa intervista realizzata quattro anni fa torna d’attualità dopo l’uscita del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si raccontano tutti i retroscena sulle torture all’algerina praticate contro i militanti delle Br dal 1978 alla fine del 1982. Il funzionario dell’Ucigos a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie ammette: «tecniche d’interrogatorio particolari per certi sospettati» Matteo Indice Il secolo XIX, 24 giugno 2007
  10. 10. Certo, «i metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso costi quel che costi. Se ci sei dentro – racconta il super­poliziotto – non ti puoi fermare o staccare il biglietto, e come un chirurgo che ha iniziato un’operazione, devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti. Negli ultimi anni, la polizia non si è mai trovata in frangenti tanto estremi se non al G8, forse. Ma lì è mancata la professionalità, sono state usate le persone sbagliate, i tempi sbagliati, specie per l’irruzione alla scuola Diaz». Parla, il capo operativo dei “Cinque dell’Ave Maria”. E la sua testimonianza colma in parte la lacuna evidenziata 25 anni fa dal tribunale di Padova nel
  11. 11. primo processo sulle sevizie ai br, quando fu descritta «l’esistenza di una struttura organizzata (non individuabile in quel periodo) destinata al compimento di tali azioni». Il gruppo “parallelo” fu gestito per un certo periodo direttamente dai vertici dell’Ucigos e dal ministero dell’Interno; si muoveva da Nord a Sud per risolvere situazioni “estemporanee” e non se n’è mai occupato alcun procedimento penale. Del funzionario (che è stato intervistato alla presenza di un’altra persona) viene rispettata la richiesta di anonimato, ma ci sono chiari riferimenti al suo lavoro in seno all’Amministrazione. La fonte ha prestato servizio per quasi tre decenni, entrando in polizia alla fine degli Anni Cinquanta e uscendone con un grado molto elevato. Ha lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo. Infine l’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati». «Alla Mobile del capoluogo campano – spiega – si combatteva una vera e propria guerra contro la camorra. Occorreva invertire i rapporti di forza, la soggezione indotta dai malavitosi sull’intera cittadinanza e ovviamente sugli apparati di sicurezza. Perciò capimmo che prima di tutto bisognava accompagnare alla puntualità degli accertamenti il rispetto ottenuto dai banditi che di volta in volta catturavamo». C’è un riferimento, più emblematico degli altri. «Negli anni ’70 la zona di Pallonetto a Santa Lucia era semplicemente il regno dei contrabbandieri. Nemmeno la Finanza aveva il coraggio di entrarvi e decidemmo che non si poteva andare avanti così. Impiegando metodi forti, alla fine, ogni volta che ci presentavamo per una perquisizione i “notabili” si alzavano in piedi. Venivano colpiti in faccia, con le sedie dei bar dove si radunavano, se apparivano insofferenti alla nostra attività». L’ispettorato antiterrorismo di Emilio Santillo è un passaggio successivo, in qualche modo fondamentale nel forgiare le tecniche e il drappello dei fedelissimi, che poi saranno utilizzati all’Ucigos. «Dopo tanti anni di lotta alla criminalità organizzata, ebbi la certezza che l’unico modo per debellare la violenza ideologica sarebbe stato mescolare gli investigatori di estrazione “politica” a quelli di provenienza “comune”, cioè impegnati da sempre nel contrasto ai malviventidi professione. Le notizie fornite dai primi, sommate all’efficacia dei secondi, hanno dato risultati importantissimi». I “cinque” si mettono in luce per esempio nell’inchiesta sui Nuclei armati proletari, specie dopo l’arresto di Giuseppe Sofia. «Ci sono due livelli d’interrogatorio, dinnanzi a un terrorista che hai la certezza essere colpevole. All’inizio ponevo una domanda lineare, aspettandomi una risposta. Se la replica risultava evasiva, o proprio non arrivava, ho sempre dato una seconda chance, dicendo sottovoce “mi stai offendendo, riproviamo”. Poi, quando l’intelligenza viene definitivamente offesa, ci sono i modi forti e a quel punto il sospettato ha l’impressione d’essere in tuo completo dominio. Si vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto d’una messinscena, praticata per garantire la sopravvivenza a decine di persone». La somministrazione di abbondanti dosi di acqua e sale e la finta fucilazione sono emersi con chiarezza, dalle carte degli anni successivi: «Altre situazioni, che magari hanno fatto il bene dello Stato, è meglio portarsele nella tomba».
  12. 12. Nel 1977, quando l’ispettorato antiterrorismo di Santillo viene sciolto, ecco l’ultimo “scatto”. Il funzionario viene chiamato a Roma, direttamente all’Ucigos, con un ruolo di coordinamento. I fedelissimi, invece, restano a Napoli: «Ma di tanto in tanto li reclutavo, quando la presenza era assolutamente necessaria e sapevo che solo un interrogatorio condotto con i loro metodi avrebbe consentito di ottenere le informazioni desiderate. Ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei superiori, che riferivano al capo della polizia e al ministro dell’Interno. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi gli risolvevamo i problemi. L’impiego dei miei investigatori non era troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle indagini». C’erano testimoni da ascoltare durante il sequestro di Aldo Moro (la nostra fonte è in una delle foto simbolo scattata in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4” dove si trovava il corpo senza vita del politico) e pure dopo. «Uno dei pentiti “storici” nella storia delle Br, il “tipografo” Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo». Il metodo è trasversale. «Mi sono occupato dell’ultradestra, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), in particolare dell’arresto a Roma di Paolo Signorelli e altri militanti poi sospettati di aver ucciso il 23 maggio 1980 il sostituto procuratore Mario Amato (Signorelli, condannato in primo e secondo grado è stato definitivamente assolto in Cassazione, ndr)». L’anno topico è però il 1982, il periodo compreso fra gennaio e febbraio. «Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse­Partito guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo, il leader di quell’organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di via Pesci». Di Rocco fu uno dei primi terroristi a denunciare di aver subito torture. Fu ucciso nel carcere di massima sicurezza di Trani e il suo omicidio venne rivendicato dai “proletari prigionieri per la costruzione dell’organismo di massa del campo di Trani” e fatto proprio anche dal “partito guerriglia”, che
  13. 13. non gli perdonò le soffiate. «Dopo Senzani andammo a Padova per Dozier. Il Paese era in preda al panico, io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione. Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».
  14. 14. Torture contro le Brigate rosse: il metodo “De Tormentis” Posted on dicembre 1, 2011 «De Tormentis» è l’eteronimo sotto il quale si nasconde l’identità dell’ex funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) che era a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli. Pare, dicono alcune voci, con pessimi risultati; il che non deve certo sorprendere visto il curriculum del personaggio. Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antitetrrosismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati». Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro De Tormentis è in questa foto
  15. 15.   Nicola Rao nel suo libro,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011, racconta così l’incontro con De Tormentis: De Tormentis è in questa foto
  16. 16. […] Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande. Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito. Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla. Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?» Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante». E ancora: «Se le Br non fossero state affrontate in certi modi, avrebbero continuato ad ammazzare. Più che trattamento, io la chiamerei ‘decisione’».
  17. 17. Gli domando: «Il ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, ha più volte detto che il governo italiano ebbe pesanti pressioni dall’amministrazione statunitense, anche perché non era mai accaduto prima che un generale americano venisse rapito in Europa. Immagino che a quel punto il governo abbia a sua volta fatto forte pressione sulle forze dell’ordine per cercare di risolvere la questione…» Il professore: «Tu (inizialmente aveva esordito chiedendomi se potessimo darci del tu) sei una persona intelligente. Non hai bisogno che te lo dica io. Ma oltre quello che ti ho detto non posso andare, perché non sono segreti che riguardano la mia persona, sono segreti che riguardano qualcosa di ben più grande e di molto più importante: sono segreti che riguardano lo Stato. Devi andare oltre. Sono segreti dello Stato. Quelle richieste ci sono state, ma sono cose che non si possono raccontare… Molto importante è l’ultimo gradino dello Stato, quello che sta in trincea. In casi del genere è l’ultimo gradino, chi fa le investigazioni, che avverte se alle sue spalle c’è qualcuno a coprirlo o non c’è nessuno. E quando si agisce per lo Stato e hai le spalle coperte, la ‘decisione’ aumenta…» Insisto: «Ma l’acqua e sale, il panno sul viso…» Mi interrompe subito: «Nooo. Senti, Nicola, non sono cose mie, ma sono cose che riguardano lo Stato, non posso dire nulla di più di quello che ho detto. Me le porterò nella tomba. E poi non è quello che aggiunge qualcosa. E tutto il complesso che deve creare il funzionario responsabile di un’operazione…» Faccio un ultimo tentativo: «E vero che due funzionari della Cia hanno assistito ad alcuni trattamenti e sono rimasti addirittura meravigliati dalla vostra tecnica?» «Gli italiani sono i migliori del mondo», mi risponde. «Tu avrai avuto a che fare con tuoi colleghi giornalisti stranieri, immagino. Erano alla tua altezza? Secondo me no. Siamo i migliori, a cominciare da come mangiamo, da come ci vestiamo. Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori. Se quindi eravamo autodidatti? Io sono cresciuto in mezzo alla strada, sono abituato a certi discorsi, a certi ragionamenti. Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori! A un certo momento i nostri lacciuoli, che ci comprimono e ci condizionano, sono delle scuse per quelle persone che non hanno stomaco. Questa è la verità.» Dopo due ore e mezzo di duello dialettico, il «professor de tormentis» mi saluta in compagnia della moglie. Pur non dicendomi niente di esplicito, mi ha detto molto. Mi ha confermato l’esistenza del trattamento da lui gestito. Mi ha confermato che qualche apparato superiore glielo ordinò e che si sentiva coperto dai suoi superiori. Mi ha ribadito che certe cose sono accadute perché era l’unico modo per porre fine, al più presto, alla follia omicida delle Br. Un po’ come gli Stati Uniti, che decisero di ricorrere alla bomba atomica per anticipare la fine della guerra ed evitare altre migliaia di
  18. 18. morti nelle proprie file. Terminato il libro, le domande senza risposta si sono moltiplicate. Chi decise di ricorrere a mezzi non convenzionali per distruggere definitivamente le Br? A quale livello? In quale sede? Chi sapeva e chi non sapeva? E perché fu deciso soltanto quando le Br rapirono un generale americano? Come mai le denunce di decine di brigatisti «trattati» sono cadute nel dimenticatoio, mentre le uniche che hanno avuto una conseguenza processuale sono quelle relative a una brutta imitazione del trattamento vero e proprio? Quanto avrebbero ancora ucciso le Br se non si fosse deciso di ricorrere in alcuni casi al waterboarding? Quanto sangue avrebbero ancora versato? E ancora: Dozier sarebbe stato liberato comunque? E gli americani che ruolo ebbero in questa vicenda? Molti di tali quesiti, probabilmente, sono destinati a rimanere senza risposta per sempre. Ma può anche darsi che qualcun altro, dopo di me, avrà l’interesse, la curiosità, la voglia, la pazienza, gli strumenti per approfondire questa vicenda, e magari anche la fortuna di poterla ricostruire fino in fondo.
  19. 19. Il 3 gennaio 1982 vengono arrestati a Roma, in via della Vite, Ennio Di Rocco, 22 anni, e Stefano Petrella 26, entrambi militanti del Partito guerriglia, denominazione assunta dal Fronte carceri e dalla Colonna napoletana delle Brigate rosse dopo la scissione che aveva portato l’organizzazione a suddividersi in tre gruppi. La Stampa del 13 gennaio 1982 con un articolo in prima pagina riporta le dichiarazioni rilasciate dal legale dei due militanti: «Ieri mattina l’avvocato Eduardo di Giovanni, difensore dei due br dalla cui cattura l’operazione ha avuto inizio, ha tenuto una conferenza stampa a Palazzo di Giustizia. Stefano Petrella ed Ennio Di Rocco, i due terroristi arrestati l’altro lunedi in via della Vite — ha detto il legale — non si sono “pentiti”. Condotti davanti al magistrato, i due si sono dichiarati “prigionieri politici”, ed hanno rifiutato qualsiasi altra dichiarazione. Ma nell’ufficio del giudice, ha proseguito Di Giovanni, Petrella e Di Rocco sono arrivati solo cinque giorni dopo il loro arresto: nel frattempo, condotti non si sa bene dove, sono stati sottoposti a un trattamento “di tipo argentino”. Il legale ha parlato di “torture”. Arrestati la sera del quattro gennaio [in realtà i due sono stati catturati la mattina del 3. L’incertezza sulla data la dice lunga sulla trasparenza dei metodi impiegati dalla polizia all’epoca. Per 6 giorni i due milinati sono dei desaparecidos, degli scomparsi nelle mani di una squadretta speciale del ministero degli Interni guidata dal professor De Tormentis. Ndr], Petrella e Di Rocco avrebbero visto per la prima volta il giudice la mattina del nove. Nel frattempo i due avrebbero subito una lunghissima serie di vessazioni. Di Giovanni sostiene di aver notato sui corpi dei due ecchimosi, segni di punture, e di essersi sentito raccontare che la “persuasione” era stata condotta da persone incappucciate. “Questo episodio — sostiene Di Giovanni — può segnare un passagio decisivo: dai metodi della polizia di un Paese democratico, a quelli da nazione sudamericana”. In questura, ieri sera, alle domande dei cronisti su questo punto (Di Giovanni ha ottenuto che le condizioni dei due arrestati venissero registrate a verbale) un portavoce ha ribattuto con un secco “no comment”. Una sola aggiunta: la Digos conferma che i due hanno dimostrato, fin dall’inizio, ‘piena collaborazione’…». Cosa si nascondeva dietro quel sibillino «no comment» della questura seguito da un’autocompiaciuta sottolineatura della Digos che ironizzava sulla «piena collaborazione» dimostrata dai due militanti? Il racconto di quanto accaduto lo troviamo nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011, che ricostruisce i fatti dopo aver incontrato alcuni dei protagonisti di quei fatti. Breve riepilogo del primo atto: dopo il “trattamento”, altrimenti detto le torture praticate ad Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate rosse, il “professor De tormentis” per parecchio tempo non fu più chiamato. Inizialmente gli spiegarono che non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone perché «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». Quattro anni dopo il clima era cambiato. Al governo c’era dal giugno 1981 Giovanni Spadolini, laico, repubblicano, massone, storico illustre, atlantista sfrenato, uomo del grande capitale, un passato giovanile di fascista radicale che lo aveva portato
  20. 20. a scrivere su una delle riviste più estremiste del regime (La Difesa della razza di Telesio Interlandi eItalia e civiltà)*, sospette persino a Mussolini per l’eccessivo filonazzismo. Il 2 gennaio 1982, subito dopo la cattura di Di Rocco e Petrella…. * «Tra Fascismo e antifascismo, sempre il Fascismo, tra il nemico e l’alleato tedesco, sempre l’alleato tedesco» (La Stampa 23/4/94)….. Giovanni Spadolini su Italia e Civiltà del 15 febbraio 1944 (cioè sei anni dopo le leggi razziali), si lamentava che il fascismo avesse perso «a poco a poco la sua agilità e il suo dinamismo rivoluzionario, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo». «Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse­Partito guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo, il leader di quell’organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di via Pesci». De Tormentis a Matteo Indice, Il secolo XIX, 24 giugno 2007 […] Qualcun altro telefonò al «professor de tormentis», come lo chiamavano colleghi e amici. Un passato prossimo da capo della Mobile a Napoli, uno remoto da funzionario antimafia e un presente da funzionario dell’antiterrorismo, in forza all’Ucigos. In piena notte i due brigatisti furono trasferiti dal Primo distretto alla caserma di Castro Pretorio, sede della Celere e dei reparti speciali della polizia. Poco dopo, le celle di sicurezza venivano spalancate da gente incappucciata. I brigatisti, bendati, furono portati fuori dalla caserma e caricati su due furgoni che si diressero verso una destinazione sconosciuta. Dopo mezz’ora il viaggio era finito. Di Rocco e Petrella furono fatti scendere, sempre bendati e ammanettati, e condotti all’interno di una casa. Dove tutto cominciò e dove li aspettava il professore. Nel racconto dei due brigatisti, prima furono calci, pugni e bastonate. Poi urla e minacce. Le voci che i due sentivano erano molte, come se gruppetti di tre o quattro persone si alternassero di tanto in tanto. Alcuni avevano un forte accento del Sud. «Ci devi dire dove cazzo stanno i compagni tuoi.» «Dicci dove si nasconde quella merda di Senzani o sei morto.» «Stanotte è arrivata la tua ora.» Ma i due non parlavano.
  21. 21. Allora si passò alla fase successiva. Uno alla volta, furono portati in un altro locale. Spogliati, distesi e legati mani e piedi ai quattro lati di un tavolo. Con la parte superiore del corpo che sporgeva dal tavolo. Poi cominciò il vero e proprio trattamento. Litri e litri di acqua e sale fatti bere a intermittenza attraverso canne e imbuti, mentre qualcuno tappava loro il naso. Il tempo di far prendere fiato alla vittima e poi si ricominciava. La sensazione di soffocamento e annegamento era reale e terribile. E la pancia si gonfiava a dismisura. Il sale, poi, causava una sete incontrollabile. Dopo un’ora di questo trattamento, la vittima cominciava a vomitare e pisciarsi addosso. La morte le sembrava una liberazione. Per chiunque sarebbe stato difficile resistere. E poi, cosa importante, il trattamento non lasciava segni. Complicato da dimostrare, insomma. Quella dell’acqua e sale era una tecnica consolidata da molti anni. L’avevano usata qualche volta i carabinieri e la polizia ai primi del secolo per debellare il banditismo sardo e la mafia siciliana. E in tempi più recenti alcune squadre mobili di zone particolarmente calde, come Napoli o la Sicilia. Ma a utilizzarla in maniera sistematica erano stati i parà francesi, per debellare la rivolta in Algeria alla fine degli anni Cinquanta. Tanto che nell’ambiente era una pratica comunemente conosciuta come «l’algerina». Alla fine, Ennio Di Rocco disse basta. E cominciò a parlare. Raccontando di tutto e di più. […] Quando l’11 gennaio furono interrogati dal magistrato, Domenico Sica, sia lui sia Petrella denunciarono le torture subite. «Il giorno dopo», disse Di Rocco a Sica secondo il verbale, «c’è stata una nuova rotazione di percosse, fino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie. Preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi a un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto e in testa, alla fine di questo trattamento ho detto che stavamo in via di Propaganda per aspettare Romiti. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno che ritengo fosse Petrella, che però ovviamente non vedevo.» E ancora: «Incappucciato dentro un furgone sono stato spostato in un altro edificio: dopo un viaggio di circa quarantacinque minuti […] nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di caffé Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato […]. Può darsi che abbia avuto delle allucinazioni perché sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso […]. Dopo un intervallo abbastanza lungo […] mi hanno fatto mangiare. Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende sugli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci, mentre due mi tenevano gambe e braccia, un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale in bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi […]. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito. Lo scopo ultimo di questo trattamento era quello di ottenere la mia collaborazione. Ho trascorso un altro giorno in quel luogo e poi sono stato trasferito in questura. Ho
  22. 22. visto un verbale, che non ho firmato, datato 8 gennaio 1982». Insomma, Di Rocco denunciò le torture e il trattamento, ammettendo di aver «soltanto» detto che stava per rapire Romiti. Omettendo, invece, tutto il resto. Provando, insomma, a salvare il salvabile. Anche Petrella lo stesso giorno denunciò a Sica cose simili: «[…] sono stato percosso sulle gambe, immagino con dei bastoni, in particolare sulle ginocchia, sulle tibie, sotto le piante dei piedi, e ciò sempre mentre ero legato e incappucciato e bendato […] sono stato legato, per le braccia e per le gambe, sempre incappucciato, ritengo su una superficie rigida, con la testa penzoloni all’indietro, mi è stato otturato il naso e c’è stato un tentativo di asfissia mentre mi è stata versata in continuazione acqua salata in bocca, quando tentavo di riprendere fiato mi veniva messo in bocca del sale […] la sera del 7 (suppongo), dopo il trattamento con l’acqua salata mi è stato detto di confermare alcuni elementi che mi venivano sottoposti e poi mi è stato detto di firmare i fogli che li contenevano. Se non avessi firmato confermando i fogli, sarebbe con tinuata quella tortura e altre ancora peggiori: al fine di evitare di essere sottoposto a quanto mi veniva minacciato, ho confermato quanto mi veniva detto [probabilmente la confessione di Di Rocco, N.d.A.] e ho – mio malgrado – firmato quei fogli». Le indagini della magistratura su questo trattamento denunciato dai due brigatisti non portarono a nulla. Dirigenti e gli agenti interrogati respinsero con forza le accuse. Il trattamento del «professor de tormentis» era stato efficace.
  23. 23. Torture in Italia: Nicola Ciocia, alias professor “De Tormentis”, è venuto il momento di farti avanti Posted on dicembre 10, 2011 L’inchiesta – Si fa sempre più esile il velo dietro il quale si nasconde l’identità del capo (conosciuto con l’eteronimo di “De Tormentis”) della squadretta speciale della polizia (chiamata “i cinque dell’ave maria”) che tra il 1978 e i primi anni ’80 torturò i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse per estorcere informazioni da impiegare nelle indagini Paolo Persichetti Liberazione 11 dicembre 2011 Professor De Tormentis», era chiamato così il funzionario dell’Ucigos (l’attuale Polizia di prevenzione) che a capo di una speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding (soffocamento con acqua e sale), tra la fine degli anni ‘70 e i primissimi anni ’80 si muoveva tra questure e caserme d’Italia per estorcere informazioni  ai militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. Di lui, e del suo violento trattamento riservato agli arrestati durante gli interrogatori di polizia, parla diffusamente Nicola Rao in un libro recentemente pubblicato per Sperling&Kupfer, Colpo al cuore. Dai pentiti ai
  24. 24. “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata. Rivelazioni che portano un colpo decisivo alla tesi, diffusa da magistrati come Caselli e Spataro (recentemente anche Turone) che vorrebbe la lotta armata sconfitta con le sole armi dello stato di diritto e della costituzione. In realtà alle leggi d’emergenza, alla giustizia d’eccezione e alle carceri speciali, si accompagnò anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura. Il velo su queste violenze si era già squarciato nel 2007, quando Salvatore Genova, uno dei protagonisti dell’antiterrorismo dei primi anni ’80, coinvolto nell’inchiesta contro le sevizie praticate ai brigatisti che avevano sequestrato il generale Dozier, cominciò a testimoniare quanto aveva visto: «Nei primi anni ’80 esistevano due gruppi – dichiara a Matteo Indice sul Secolo XIX del 17 giugno – di cui tutti sapevano: “I vendicatori della notte” e “I cinque dell’Ave Maria”. I primi operavano nella caserma di Padova, dov’erano detenuti i brigatisti fermati per Dozier (oltre a Cesare Di Lenardo c’erano Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Ciucci)». Per poi denunciare che «Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale. Una volta, presentandomi al mattino per un interrogatorio, Savasta mi disse: “Ma perché continuano a torturarci, se stiamo collaborando?”». Come sempre le donne subirono le sevizie più sadiche, di tipo sessuale. Genova si salvò grazie all’immunità parlamentare intervenuta con l’elezione in parlamento come indipendente nelle liste del Psdi del piduista Pietro Longo (numero di tessera 2223). In quell’intervista Genova si libera la coscienza: «Ovunque era nota l’esistenza della “squadretta di torturatori” che si muoveva in più zone d’Italia, poiché altri Br (in particolare Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, bloccati dalla Digos di Roma il 3 gennaio 1982) avevano già denunciato procedure identiche. Non sarebbe stato difficile individuarne nomi, cognomi e “mandanti” a quei tempi». Ma quando il giornalista Piervittorio Buffa raccontò sull’Espresso del marzo 1982 quella mattanza, “informato” dal capitano di Ps Ambrosini (che vide la porta di casa bruciata da altri poliziotti), venne arrestato per tutelare il segreto su quelle pratiche decise ad alto livello. Chiamato in causa, una settimana dopo anche il «professor De Tormentis» fece sentire la sua voce. Il 24 giugno davanti allo stesso giornalista disseminava indizi sulla sua reale identità, quasi fosse mosso dall’inconscia volontà di venire definitivamente allo scoperto e raccontare la sua versione dei fatti su quella pagina della storia italiana rimasta in ombra, l’unica – diversamente da quanto pensa la folta schiera di dietrologi che si esercita da decenni senza successo sull’argomento – ad essere ancora carica di verità
  25. 25. indicibili. De Tormentis non si risparmia ed ammette “i metodi forti”: «Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti». La struttura – rivela a Nicola Rao il maestro dell’annegamento simulato – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta venne messa in sonno perché – gli spiegarono – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». All’inizio del 1982 venne richiamato in servizio. Più che un racconto quella di “De Tormentis” appare una vera e propria rivendicazione senza rimorsi: «io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione», afferma presagendo i tempi del populismo giustizialista. «Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto». Oggi l’identità di “De Tormentis” è un segreto di Pulcinella. Lui stesso ha raccontato di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di De Tormentis è in questa foto
  26. 26. avvocato. Accanto al questore Mangano partecipò alla cattura di Luciano Liggio; poi in servizio a Napoli sia alla squadra mobile che all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo (sul sito della Fondazione Cipriani sono indicate alcune sue informative del periodo 1976­77, inerenti a notizie raccolte tramite un informatore infiltrato in carcere), per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antiterrorismo all’Ucigos dove ha coordinato i blitz più «riservati». De Tormentis riferisce anche di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla Renault 4 dove si trovava il corpo senza vita di Moro. In rete c’è traccia di un suo articolo scritto nel gennaio 2001, su un mensile massonico (p. 5), nel quale esalta le tesi del giurista fascista Giorgio Del Vecchio, elogiando lo Stato etico («il diritto è il concentrato storico della morale»), e rivendica per la polizia i «poteri di fermo, interrogatorio e autonomia investigativa». Nel 2004 ha avuto rapporti con Fiamma Tricolore di cui è stato commissario per la federazione provinciale di Napoli e, dulcis in fundo, ha partecipato come legale di un funzionario di polizia, tra l’86­87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi “speciali”. Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, efunzioni di tutela all’interno di un iter che appartiene al giudiziario, che solo in uno stato di eccezione giudiziario, come quello italiano, si è arrivati a consentire. Forse è venuto il momento per questo ex funzionario, iscritto dal 1984 all’albo degli avvocati napoletani (nel suo profilo si descrive «già questore, penalista, cassazionista, esperto in investigazioni  nazionali e internazionali su criminalità organizzata, politica e comune, sequestri di persona»), di fare l’ultimo passo alla luce del sole. Sul piano penale “De Tormentis” sa che non ha da temere più nulla. I gravi reati commessi sono tutti prescritti (ricordiamo che nel codice italiano non è contemplata la tortura tortura). L’ex questore, oggi settantasettenne, ha un obbligo morale verso la società italiana, un dovere di verità sui metodi impiegati in quegli anni. Deve qualcosa anche ai torturati, alcuni dei quali dopo 30 anni sono ancora in carcere ed a Triaca, che subì la beffa di una condanna per calunnia. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta linea di comando? Come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta di Nocs capeggiata da Genova. Condannati in primo grado ma prosciolti in seguito. Di loro, racconta compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare». All’epoca Amnesty censì 30 casi nei primi tre mesi dell’82; il ministro dell’Interno Rognoni ne riconobbe 12 davanti al parlamento, ma il fenomeno fu molto più esteso (cf.Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, 1998). La tortura, scriveva Sartre: «Sconfessata – a volte, del resto, senza molta energia – ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, può definirsi un’istituzione semiclandestina».
  27. 27. Enrico in gennaio 10, 2012 alle 1:49 pm ha detto: Alcune doverose precisazioni sul “caso de tormentis” Dopo aver letto alcuni articoli sparsi qua e la nella rete ho comprato il libro, “Colpo al cuore”, e ritengo di dover fare alcune precisazioni e considerazioni. Precisazioni e considerazioni sul libro del giornalista Nicola Rao, e considerazioni sul “Nobile Servo dello Stato” denominato “professor De Tormentis” . Inizio con il “Professor De Tormentis” che in quanto “Nobile Servo dello Stato” credo meriti la precedenza. Esso tenta di nobilitarsi e giustificarsi dichiarando: “Io sono stato un combattente perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra.” Un combattente??????? “Professor De Tormentis” se lo lasci dire, Lei è solo un vigliacco, al servizio dello Stato, ma un vigliacco che ha la necessità di nascondersi dietro l’anonimato e come le Blatte ha vissuto negli interstizi della Storia. Ha ragione quando dice che è stata una guerra ma una guerra rivendicata dalle Brigate Rosse e sempre negata dai suoi Padroni. Quando una guerra è fatta da “combattenti” ci sono regole e codici di comportamento da rispettare tutte cose che Lei, da NON combattente ma da vigliacco, non ha fatto. Anche le Brigate Rosse hanno fatto dei prigionieri, ed il suo Stato ha tentato in tutti i modo di accreditare l’idea che tali prigionieri venivano maltrattati e torturati, lampanti sono state le lettere dell’Onorevole Aldo Moro che erano diventate le lettere di un pazzo, un drogato. Poi con il prigioniero Dozier avete dovuto ammettere che facevano colazione con i Corn Flakes. Ecco questa è la differenza tra un COMBATTENTE e uno squallido mercenario al soldo dello Stato. Combattente uno che a 30 anni di distanza deve tentare di darsi un tono con le spalle spiaccicate al muro,nascosto nell’ombra? ………………………Sia serio Professore!. Ancora il “Professor” dice: “E lì si usarono “metodi forti”, gli stessi che portarono due degli ufficiali della CIA che ci affiancavano ogni giorno, a mettersi le mano nei capelli: “Non credevamo, davvero, che gli italiani arrivassero a un livello di “pressione” tale”. Suvvia “professor” si rilassi, tenga a bada la sua boria, la CIA ha una lunga storia e tradizione di “metodi speciali” conosciuta in mezzo mondo e non credo proprio che devono imparare da Lei! P.S. Caro “Professor De Tormentis” Sicuramente qualcuno Le riconoscerà lo Status di combattente ma io posso affermare, senza possibilità di essere smentito, che Lei oggi entra a pieno titolo e con encomio nel Club degli infami, perchè con le sue (spontanee) dichiarazione chiama direttamente in causa il suo collega Domenico Spinella, allora capo della DIGOS, che in quanto responsabile della mia detenzione non può non sapere a chi mi ha consegnato la notte del 17 maggio 1978. Cordiali saluti “Prof” Ora veniamo al libro Il Sig. Rao fa un breve resoconto del processo contro di me per calunnia che evidentemente è stato estrapolato da qualche articolo di giornale, quindi molto parziale che non rende bene il clima nel quale si è svolto il processo. Provo a chiarire meglio. Il giornalista Nicola Rao scrive: “La denuncia di Triaca fu
  28. 28. formalizzata e si aprì un’inchiesta contro ignoti. Ma, non potendo riconoscere nessuno dei suoi torturatori, il 7 novembre 1982 il tipografo si beccò anche una condanna per calunnia dal tribunale di roma.” Come precisato nel libro io denunciai le torture il 17 giugno, e il giorno dopo, non dopo un mese, un anno, ma il GIORNO DOPO, mi arrivò un mandato di cattura per calunnia, ora può anche essere possibile che la bravura del giudice istruttore Gallucci fosse così eccezionale che gli bastò una notte per “risolvere il Caso”, ma io un dubbio ce lo avrei. Al processo a confutare la mia versione dei fatti fu chiamato Domenico Spinella allora capo della DIGOS che mi aveva in custodia, ebbene, le carte presentate in dibattimento e non le chiacchiere degli avvocati, hanno smentito la sua ricostruzione e non la mia, inoltre il giudice chiese a Spinella di dirgli i nomi degli agenti di guardia alle celle di sicurezza la notte che fui portato in questura, Spinella rispose che avrebbe portato il giorno dopo il registro dei turni, ma il giorno dopo si presentò in tribunale un agente che dichiarò che il registro era sparito Sic! tralascio altri episodi per non troppo tediare, ma su questi fatti si basa la mia condanna. Questo per precisare che forse, come spesso succede in Italia, è vero che “certi colpevoli” non si sarebbero trovati, ma di sicuro non ce stata la volontà di cercarli, in quanto inutile visto che il colpevole dovevo essere io e, che le coperture a certi “metodi speciali” sono state a tutti i livelli, Politici, Giudiziari, Mediatici. Queste “piccole” verità non posso essere offuscate neanche dalle roboanti parole che il giornalista Rao usa nel descrivere le “atrocità” delle Brigate Rosse, ce stata una guerra ed è vero, ma purtroppo voi “democratici” vi siete troppo specializzati nel fare la conta dei morti altrui dimenticando sempre le vostre di atrocità. Potrebbe magari Sig. Rao un giorno provare a contare i morti fatti dallo Stato Repubblicano prima durante e dopo le Brigate Rosse? Sarebbe interessante! Io nel mio piccolo provo a citarne qualcuno magari le apro la strada, come ad esempio le stragi di stato. Negli ultimi 20 anni lo Stato repubblicano tradendo la propria Costituzione ha fatto 4 guerre, una ancora in corso d’opera, e non è che voi potete ritenervi innocenti perché le chiamate “Missioni di Pace”. Da 20 anni in queste guerre vengono trucidati migliaia MIGLIAIA di CIVILI innocenti, Bambini, Donne, Anziani, e non è che voi potete ritenervi innocenti perché le chiamate “Effetti Collaterali”.   Come può notare Sig. Rao Ce una continuità storica impressionante di mistificazione e bugia non trova? In questo io ritengo responsabili tutti, perché se è vero che il “bello” della democrazia è che “noi possiamo sceglierci chi ci governa” a differenza delle dittature che pugnalate alle spalle quando non vi servono più come amiche, tutti non possono che essere correi, perché in guerra ci sono andati tutti Centro Centro, Centro Destra, Centro Sinistra. Le va comunque riconosciuto il merito Sig. Nicola Rao di aver riportato, e non insabbiato, fatti che erano rimasti nelle “Tenebre della Repubblica” e per questo la ringrazio. Ora ci sono tutti gli elementi per identificare il Marrano, a noi non resta che aspettare, e vedere, quanto interessata sia la Repubblica alla verità e giustizia. Roma 10/01/2012 Enrico Triaca
  29. 29. Gli anni spezzati dalla tortura di Stato. Per la seconda volta una sentenza della magistratura riconosce l’uso della tortura contro gli arrestati per fatti di lotta armata Posted on gennaio 17, 2014 Una sentenza importante. Va dato atto al collegio della corte di appello di  Perugia,  e  all’estensore  delle  motivazioni,  di  aver  redatto  una sentenza  coraggiosa  e  pulita  che  riscrive  totalmente  un  pezzo  della recente  storia  italiana.  Una  storia  che  non  troverete  certo  nelle  fiction della  Rai.  Questo  blog  ha  lavorato  sull’intera  vicenda  dall’inizio stanando  chi  si  nascondeva  sotto  lo  pseudonimo  di  De  Tormentis. Torneremo  su  questi  fatti  nei  prossimi  giorni.  Per  ora  leggete  quanto scritto dalla corte di appello di Perugia. Nicola Ciocia, l’ex funzionario Ucigos  a  cui  Improta  e  De  Francisci  ricorrevano  su  mandato  del governo  per  le  torture,  è  considerato  dai  magistrati  “gravato  da  forti indizi di reità”, pertanto anche se i reati sono prescritti (la tortura non è prevista nel nostro codice penale), la prescrizione – scrivono i giudici – deve  essere  comunque  dichiarata  dall’autorità  giudiziaria,  anche perchè  vista  la  gravità  dei  fatti  imputati,  Nicola  Ciocia  potrebbe rinunciarvi per potersi difendere. Per questo motivo – concludono i magistrati – gli atti verranno inviati alla  procura  di  Roma.  Vedremo  cosa  accadrà  e  vedremo  anche seRepubblica publicherà la sentenza.
  30. 30. IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA SEZIONE PENALE Composta dai Magistrati: Dott. Massimo RICCIARELLI Presidente relatore Dott. Franco VENARUCCI Consigliere Dott. Fabio Massimo FALFARI Consigliere Ha pronunciato la seguente SENTENZA Pubblicata mediante lettura del dispositivo Nella causa di Revisione P r o p o s t a d a: TRIACA Enrico, nato a San Severo il 10.11.1953, residente in Roma Via SENTENZA N. A'1bO l3Sent. RG. 7012013 Rev. N.R. SENTENZA In data if5fO / 13 Depositata ii
  31. 31. fiducia Avv. Francesco Romeo del Foro di Roma (dom. dich. atto nomina difensore e elezione domicilio su richiesta revisione del 7.12.2012 depositata Trib. Roma Pl 1.12.2012) - - LIBERO- IMPUTATO Proc. n. 7902/78: del delitto di cui all'art. 368, 61 n. 10 c.p. perche nell'interrogatorio reso al Consigliere istruttore presso il Tribunale di Roma il 19 giugno 1978, quale imputato di partecipazione a bande armate e di altri reati, incolpava ufficiali .1 lf2 lnviato estratto ex art.28 D.M334/89 ii Redatta scheda ii C.P. n.
  32. 32. ed agenti di Polizia Giudiziaria appartenenti alla P.S., sapendoli innocenti, di averlo costretto con torture fisiche e rendere dichiarazioni ammissive di responsabilita propria e altrui nel corso di sommarie informazioni fornite in Questura a Roma il 17 e il 18 maggio 1978: Proc. n. 8525/78: a) Del reato di cui agli artt. 10 e 14 Legge 14.10.1974 n. 497 per aver illegalmente detenuto una pistola Beretta cal. 7.65 e n.16 cartucce del suddetto calibro. b) Del reato di cui all'art. 23 della Legge 18.4.75 n. 110, per aver detenuto la pistola Beretta di cui al capo a), arma clandestina perche sprovvista dei regolari contrassegni, (cancellazione mediante punzonatura). In Roma sino al 17 maggio del 1978. CONDANNATO con sentenza emessa in data 7.11.1978 dal Tribunale di Roma VIII Sezione penale con la quale fu dichiarato colpevole dei reati ascrittigli, unificati i reati di detenzione di arma e di alterazione di quest'ultima sotto il vincolo della continuazione e, concesse le attenuanti generiche prevalenti sulla aggravante contestata, fu condannato, per la calunnia, alla pena di anni 1, mesi 4 di reclusione e per il reato continuato, alla pena di mesi 6 di reclusione e lire 150.000 di multa e cosi complessivamente alla pena di anni 1, mesi 10 di reclusione e lire 150.000 di multa nonche al pagamento delle spese processuali e di custodia preventiva. Pena sospesa e non menzione. Fu ordinata la confisca dell'arma in sequestro e l'immediata scarcerazione se non detenuto per altra causa. 2
  33. 33. La Corte di Appello di Roma con sentenza emessa in data 26.10.1984 confennava la sentenza del Tribunale di Roma. La Corte Suprema di Cassazione con sentenza emessa in data 4.10.1985 rigetta il ricorso. CONCLUSIONI DELLE PARTI Le parti concludono come da separato verbale. / ..... 3 / // ///
  34. 34. Svolgimento del processo Triaca Enrico, chiamato a rispondere dinanzi al Tribunale di Roma, a seguito della riunione di due diversi procedimenti, del delitto di calunnia in danno di ufficiali e agenti di Polizia, per aver sostenuto nell'interrogatorio reso il 19-6-1978 dinanzi al Consigliere istruttore di essere stato costretto con tortura a rendere dichiarazioni ammissive di responsabilita proprie e altrui nel corso di sommarie informazioni del 17 e del 18 maggio 1978, nonche dei delitti di detenzione illegale di arma e di detenzione di arma clandestina, veniva riconosciuto colpevole con sentenza del 7-11-1978 e condannato con le attenuanti generiche alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione quanto alla calunnia e di mesi sei di reclusione e £ 1.150 di multa quanto agli altri reati, unificati per la continuazione. Venivano concessi all'imputato i doppi benefici. Nella sentenza si dava conto del fatto che il Triaca era stato tratto in arresto nell'ambito delle indagini peril sequestro e l'uccisione dell'On.le Aldo Moro e degli uomini della sua scorta. Costui il 17 maggio 1978 aveva parlato di un certo Giulio da lui conosciuto nell'estate del 1976 che alla fine gli aveva riferito di far parte delle Brigate Rosse e gli aveva proposto di aprire nell'interesse dell'organizzazione una tipografia, per la quale esso Triaca aveva trovato il locale adatto. A detta di costui il Giulio gli aveva anche consegnato una pistola, e una somma di denaro, materiale rinvenuto in sede di perquisizione. II 18 maggio 1978, sempre per quanto si legge nella sentenza, il Triaca aveva redatto una dichiarazione autodattiloscritta, in cui aveva fatto alcuni nomi di soggetti appartenenti all'organizzazione. La sera del 18 e il giorno success1vo era stato interrogato dal G.I. alla presenza del difensore, allorche aveva confermato le dichiarazioni rese in precedenza. II 9 giugno, sottoposto a nuovo interrogatorio, il Triaca aveva respinto gli addebiti mossigli con mandato di cattura, confermando nondimeno le notizie fornite. II 19 giugno l'imputato aveva ritrattato tutto, sostenendo di essere stato torturato e precisando che verso le 23,30 del 18 maggio era stato fatto salire su un furgone in cui si trovavano due uomini con casco e giubbotto, era stato bendato e fatto scendere dopo aver percorso sul furgone un certo tratto, infine era stato denudato e legato su un tavolo: a questo punto mentre qualcuno gli tappava il naso qualcun altro gli aveva versato in bocca acqua in cui era stata gettata una polverina dal sapore indecifrabile; contestualmente era stato incitato a parlare.
  35. 35. Poi in Questura era stato condotto in camera di sicurezza. A suo dire le torture erano state praticate dopo che egli aveva sostenuto il primo interrogatorio. Di seguito il Triaca era stato rinviato a giudizio per il delitto di calunnia e per gli altri reati. 11 Tribunale di Roma nel dare conto dell'istruzione dibattimentale e nel valutare inutile ogni approfondimento invocato dalla difesa aveva sottolineato che le torture si sarebbero semmai esaurite prima che i1 Triaca fosse portato in camera di sicurezza, cosi da sgomberare il campo in ordine alla necessita o meno di stabilire chi era esattamente addetto a quest'ultima. Aveva inoltre rilevato che non era emerso i1 motivo per cui si sarebbe dovuto far ricorso a tortura, visto che fin dall'inizio il Triaca si era dimostrato disponibile alla confessione o comunque al rilascio di dichiarazioni utilizzabili per le indagini. Inoltre non vi sarebbe stato motivo, dopo la tortura, di sottoporre il Triaca a nuovo interrogatorio, quando al contrario al predetto era stata fatta scrivere a macchina una dichiarazione in due fogli il giomo dopo. Di seguito il Triaca aveva confermato le iniziali dichiarazioni, anche se a suo dire egli avrebbe agito nella sfera di intimidazione derivante dalla tortura, circostanza non credibile per il troppo lungo tempo trascorso fino al momento delle sue rivelazioni e per il fatto che il 9 giugno, quando si trovava in carcere, aveva ancora una volta confermato quanto dichiarato in precedenza, precisando una circostanza nuova, cioe di far parte della colonna romana delle Brigate Rosse. Era stato giudicato comprensibile il suo comportamento sul piano umano, ma non era stata rawisata alcuna esimente, in particolare quella dello stato di necessita. Di qui il giudizio di penale responsabilita. La sentenza era stata confermata dalla Corte di Appello di Roma in data 26-10-1984 ed era poi divenuta irrevocabile allorche la Suprema Corte di Cassazione aveva con sentenza del 4-10-1985, respinto il relativo ricorso. Con atto depositato in data 11-12-2012 Triaca Enrico rivolgeva a questa Corte di Appello istanza di revisione della sopra indicata sentenza di condanna. Nell'istanza venivano rievocate le fasi del procedimento penale che aveva dato luogo a detta sentenza, originato dalla ritrattazione operata dal Triaca in data 19-6-1978, allorche costui aveva per la prima volta parlato delle torture subite. ~ 5 ~ 1~ / 1()
  36. 36. Si <lava conto del tentativo operato dall'autorita inquirente di conoscere i nomi di coloro che avevano avuto contatti con il Triaca e delle dichiarazioni a tal fine rese da vari funzionari della DIGOS di Roma, identificati in Caggiano Adelchi, lnfelisi Riccardo, Spinella Domenico, Finocchi Michele, nessuno dei quali aveva in qualche guisa accreditato la versione del Triaca, avendo in particolare il Finocchi sottolineato che la mattina del 18 maggio 1978 il Triaca non aveva parlato di torture e aveva invece dattiloscritto le sue dichiarazioni, che il Finocchi aveva controfirmato, senza rendersi conto che erano stati utilizzati due fogli, uno dei quali rimasto privo della sua controfirma. Nell'istanza di revisione si segnalava l'andamento dell'istruzione dibattimentale fino all'epilogo del giudizio di primo grado. Si precisava come nel mese di ottobre 2011 il giomalista Nicola Rao avesse pubblicato un libro dal titolo "Colpo al cuore -dai pentiti ai "metodi speciali: come lo Stato uccise le B.R.- La storia mai raccontata". In un capitolo del libro venivano descritte le vicende attraverso le quali si era giunti alla liberazione del generale Dozier, sequestrato dalle B.R. nel 1981, propiziata dalle torture praticate nei confronti di alcuni arrestati dal funzionario conosciuto con il nomignolo di dottor De Tormentis e dalla sua squadra, denominata "I cinque dell'Ave Maria", esperti nella tortura con acqua e sale o algerina, conosciuta con il nome inglese di "waterboarding". Nella narrazione si dava atto di come nel maggio 1978 il De Tormentis e i suoi si fossero occupati di Enrico Triaca, arrestato il 17-5-1978, il quale a seguito del trattamento aveva reso dichiarazioni autoed eteroaccusatorie. In una nota del libro si segnalava che il giomalista Matteo Indice del quotidiano 11 Secolo XIX di Genova, garantendo l'anonimato al De Tormentis, lo aveva intervistato, intervista pubblicata il 24-6-2007, nella quale il predetto aveva parlato anche del tipografo Enrico Triaca, il quale a detta del dichiarante aveva fomito ''una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo". L'istanza <lava conto di come in effetti sul quotidiano il Secolo XIX del 24-6-2007 fosse stata pubblicata l'intervista al dott. De Tormentis, ex funzionario di polizia, nelle quali erano state riportate le frasi contenute anche nel libro del Rao. L'articolo, prodotto in allegato, era annunciato da un titolo in prima pagina "Cosi ai tempi delle BR dirigevo i torturatori" ed era seguito a pag. 3 dal titolo "Torture per il bene dell'Italia".
  37. 37. Del libro del Rao si parlava anche nella trasmissione "Chi l'ha visto?" del1'8-2-2012: nel corso di essa veniva intervistato anche Salvatore Rino Genova, ex commissario di P.S., che confermava di aver conosciuto il De Tormentis e di averlo visto in azione nel corso del sequestro Dozier. In un articolo a firma di Fulvio Bufi, pubblicato i1 10-2-2012 sul quotidiano il Corriere della Sera, veniva dato conto di un'intervista al dott. De Tormentis, di cui venivano rivelate le generalita, corrispondenti a quelle di Ciocia Nicola, di anni 78, segnalandosi che i1 nome di De Tormentis era stato attribuito dal vice Questore dell'epoca, Umberto Improta. Nell'istanza si sottolineava che su tali basi era stato dato corso ad indagini difensive, consistite nell'audizione di Nicola Rao, di Salvatore Genova, di Matteo Indice, di cui erano prodotti i verbali con correlata trascrizione della registrazione. Da tali dichiarazioni si traeva conferma del ruolo del Ciocia e del fatto che il dott. De Tormentis aveva operato anche nei confronti del Triaca mediante la pratica del ''waterboarding". Di qui l'assunto dell'esistenza di nuove prove documentali e dichiarative a sostegno della veridicita delle dichiarazioni rese da Triaca Enrico in data 19-6-1978, che erano state poste invece alla base della sua condanna per i1 delitto di calunnia. Fissata l'udienza del giudizio di revisione, in data 10-6-2013 la difesa del Triaca produceva una copia del libro "Colpo al cuore" di Nicola Rao e chiedeva la formale acquisizione della documentazione allegata all'istanza di revisione. Contemporaneamente la difesa depositava un'istanza di ammissione di prova testimoniale con riguardo ad una lista di testi, nella quale erano indicati Nicola Rao, Salvatore "Rino" Genova, Matteo Indice e Nicola Ciocia. La Corte all'udienza del 18-6-2013 acquisiva le prove documentali e disponeva l'audizione in qualita di testi di Salvatore Genova, Rao Nicola e Indice Matteo, riservandosi in ordine alla posizione di Nicola Ciocia. All'udienza odiema, confermato il provvedimento ammissivo a seguito del parziale mutamento della composizione del Collegio e acquisito, come prova documentale, un libro dal titolo "Grandi illusioni", scritto da Giuliano Amato, si eproceduto all'escussione dei testi ammessi. All'esito si edato corso alla discussione. II Procuratore Generale e la difesa hanno quindi concluso come da verbale. .ljl;'! .
  38. 38. Motivi della decisione Enrico Triaca, tratto in arresto ii 17-5-1978 nell'ambito delle indagini riguardanti ii sequestro e I'uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, fu sottoposto quello stesso giomo ad interrogatorio presso ii Commissariato Castro Pretorio di Roma. Nel corso di esso ii Triaca fra l'altro parlo dei suoi rapporti con un tale Giulio, che gli aveva chiesto di aprire una tipografia e che gli aveva altresi riferito di far parte delle Brigate Rosse: sta di fatto che in quella circostanza il predetto non fomi ulteriori notizie di elevato rilievo ed anzi aggiunse che non intendeva effettuare riconoscimenti fotografici e che comunque, anche se gli fosse stata sottoposta la fotografia del Giulio, non avrebbe confermato di riconoscervi ii predetto. 11 giomo successivo il Triaca, ad asserita conferma di quanto "detto a voce", dattiloscrisse una dichiarazione, in due fogli, nella quale riferi che l'individuo menzionato si faceva chiamare Maurizio e che corrispondeva a Mario Moretti (cosi correggendosi dopo un iniziale riferimento a Corrado Alunni), riconosciuto vedendo "il foglio dei ricercati". Nel corso di un interrogatorio dinanzi al Consigliere istruttore dott. Achille Gallucci, svoltosi lo stesso 18 maggio 1978 il Triaca parlo ancora del Maurizio, cioe di Mario Moretti, e comincio a fomire informazioni piu dettagliate in ordine a svariati personaggi con i quali aveva avuto rapporti. Di analogo tenore furono altri interrogatori del 19 maggio e del 9 giugno, finche, per la prima volta, dinanzi al Consigliere istruttore Gallucci in data 19 giugno il Triaca parlo di quanto avvenuto verso le 23,30 del giomo in cui aveva sostenuto ii primo interrogatorio, episodio da intendersi dunque avvenuto nella notte tra ii 17 e il 18 maggio: orbene ii predetto riferi di essere stato prelevato e fatto salire a bordo di un furgone, di essere stato condotto in luogo posto a distanza dal Commissariato Castro Pretorio, di essere stato legato ad un "tavolaccio" e di essere stato infine sottoposto ad uno speciale trattamento, consistente nel tappargli il naso e nel fargli ingurgitare dalla bocca acqua in cui era stata disciolta una polverina dal sapore non meglio definito. Tale racconto fu posto alla base di indagini volte ad accertare i fatti e da ultimo a fondamento dell'accusa di calunnia per la quale poi ii Triaca venne giudicato colpevole. A ben guardare ii giudizio di colpevolezza essenzialmente si fondo, per quanto emerge dalla sentenza piu sopra sinteticamente riassunta, su argomenti logici, in assenza di qualsivoglia preciso elemento probatorio tale da far apparire impossibile che l'episodio si fosse realmente verificato.
  39. 39. Tale premessa enecessaria per comprendere il significato del presente giudizio di revisione, volto ad introdurre per contro testimonianze, aventi la funzione di accreditare specificamente l'episodio della sottoposizione del Triaca allo speciale trattamento denominato "waterboarding", consistente nel creare nel soggetto una particolare pressione psicologica attraverso il senso di soffocamento indotto dall'introduzione in bocca di acqua e sale a naso tappato. Orbene, la prova deve ritenersi nella sostanza riuscita, essendo stati acquisiti elementi volti a colmare quell'assenza di prove dirimenti di segno opposto e tali da rendere non piu idonei gli argomenti di ordine logico valorizzati nel corso dell'originario giudizio, peraltro non del tutto univoci. Salvatore Genova, gia Commissario di Polizia, chiamato a comporre, con i colleghi Fioriolli e Di Gregorio -a seguito del sequestro del generale americano James Lee Dozier, avvenuto per mano delle Brigate Rosse nel dicembre 1981- un gruppo operativo di stanza a Verona, guidato dall'allora Vice-Questore Umberto Improta e creato su ordine del Prefetto De Francisci, fin dal 2007 aveva avuto modo di parlare al giomalista Matteo Indice del Secolo XIX di episodi caratterizzati dall'uso di pratiche particolari in danno di soggetti arrestati e volte a farli parlare, pratiche utilizzate in particolare in occasione delle indagini peril sequestro Dozier da un funzionario dell'UCIGOS, che era nell'ambiente conosciuto con il soprannome di prof. De Tormentis e che si avvaleva di un gruppo fidato, denominato "I cinque dell'Ave Maria". Matteo Indice, attraverso i1 Genova, aveva anche avuto la possibilita di intervistare direttamente il prof. De Tormentis, dopo di che aveva scritto un articolo, pubblicato sul Secolo XIX di Genova del 24-6-2007, nel quale aveva riportato quanto dichiaratogli dal predetto, di cui non aveva rivelato il nome, riferendo in particolare dell'uso della tecnica dell'acqua e sale soprattutto in alcuni casi cruciali, come in occasione del sequestro Dozier nei confronti di tal Di Rocco e nel caso del tipografo Emico Triaca -tratto in arresto dopo l'uccisione di Aldo Moro- che aveva fomito, per come si legge nell'articolo, "rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo". Ma in seguito anche altri erano tomati su queste vicende. Cosi in particolare il giomalista Nicola Rao nel 2011, dopo aver parlato con Salvatore Genova e aver a sua volta intervistato il misterioso funzionario denominato prof. De Tormentis, aveva pubblicato un libro dal titolo "Dai pentiti ai "metodi speciali": come lo - .) - /!-
  40. 40. Stato uccise le Brigate Rosse. La storia mai raccontata", nel quale aveva di nuovo rievocato le vicende legate all'azione del prof. De Tormentis e del gruppo <lei "Cinque dell'Ave Maria" sia con riguardo al sequestro Dozier sia con riferimento al caso Triaca, che, per come si legge nel libro a pag. 66, dopo il trattamento "canto e il giomo dopo a verbale ammetteva di far parte delle Brigate Rosse...". Le vicende erano state poi menzionate anche in una puntata del programma televisivo "Chi l'ha visto", andata in onda 1'8-2-2012 e in un articolo, a firma di Fulvio Bufi, pubblicato sul quotidiano "Il Corriere della Sera" del 10-2-2012. In particolare in tale articolo si <lava conto di un'intervista al prof. De Tormentis, di cui veniva svelato il nome, cioe quello dell'ormai settantottenne Nicola Ciocia, che nel frattempo aveva lasciato la Polizia e aveva intrapreso la carriera di avvocato, e si faceva di nuovo menzione degli episodi ormai noti, tra i quali quello riguardante il Triaca. Si segnalava come il Ciocia, pur non avendo ammesso esplicitamente di aver praticato la tortura, avesse tuttavia inteso sottolineare che erano state le BR a fare stragi e che le stesse avrebbero continuato a farle se non fossero state debellate da una azione decisa dello Stato. Ma nell'articolo si aggiungeva anche che il Ciocia, a proposito del Triaca, si era lasciato scappare un ambiguo "lui non ha parlato, quindi quei metodi non sempre funzionavano". Sulla scorta di tali elementi si e dato ingresso nel giudizio di revisione alla diretta testimonianza di Salvatore Genova, di Matteo Indice e di Nicola Rao. Il Genova ha sottolineato che, avendo fatto parte del gruppo all'uopo costituito per far fronte all'emergenza rappresentata dal sequestro Dozier, si trovo ad assistere in almeno due occasioni a trattamenti speciali posti in essere, sulla base delle direttive <lei superiori, dal prof. De Tormentis e dalla sua squadra, nei confronti di soggetti arrestati, ritenuti in grado di fomire maggiori informazioni. In particolare si tratto dapprima di tal Mantovani e successivamente di tal Volinia: quest'ultimo in particolare gia in precedente occasione aveva potuto udire da una stanza limitrofa quanto le forze di polizia stavano facendo a tale Arcangeli, sua compagna (a detta del Genova umilianti molestie coinvolgenti la sessualita), e poi il giomo 27 gennaio 1982 fu sottoposto al trattamento con waterboarding, ma quasi subito prospetto di poter raccontare dov'era tenuto prigioniero il generale Dozier. Tale testimonianza sarebbe risultata preziosa, tanto che il giomo successivo il generale sarebbe stato liberato con l'arresto di chi comandava quel nucleo delle BR, cioe Antonio Savasta.
  41. 41. Ha raccontato il Genova che della pratica aveva gia sentito parlare ma solo in quelle occasioni vide all'opera i1 De Tormentis, rispondente al nome di Ciocia Nicola, dirigente dell'UCIGOS. A dire del Genova in prosieguo di tempo approfondi la conoscenza del Ciocia con il quale stabili un rapporto piu diretto, propiziato anche dal fatto che il Ciocia aveva lasciato la Polizia per intraprendere la carriera di avvocato in Napoli. Sta di fatto che il Genova, il quale con riguardo alla vicenda Dozier aveva dovuto subire un processo, in quanto accusato di condotte vessatorie nei confronti di tal Di Lenardo, processo dal quale, com'e noto, era uscito senza una condanna ma anche senza un'assoluzione piena, era assai risentito nei confronti <lei vertici della Polizia, perche in vari siti internet solo lui risultava associato a condotte di tortura, condizione che egli non intendeva accettare e in relazione alla quale avrebbe voluto che fosse disposta un'indagine intema approfondita. II Genova, trovandosi a lavorare presso la Polfer nel capoluogo ligure, ebbe modo di parlare in piu occasioni con il giomalista Matteo Indice del Secolo XIX, il quale gli aveva chiesto lumi anche a proposito dei processi in corso riguardanti i fatti del G8 di Genova del 2001. In tale quadro egli fece cenno delle pratiche utilizzate all'epoca del terrorismo e lo mise in contatto con i1 Ciocia, favorendo l'incontro finalizzato ad un'intervista. A detta del Genova l'incontro avvenne e nel corso di esso il Ciocia parlo anche della vicenda Triaca nel contesto di un discorso sulla vicenda Moro: ha sostenuto i1 Genova che durante l'incontro il Ciocia riferi che il Triaca, nonostante il trattamento cui era stato sottoposto, non aveva fornito informazioni importanti, perche non a conoscenza di aspetti di rilievo. Dal canto suo l'Indice ha confermato l'antefatto, cioe i suoi contatti con i1 Genova, e la circostanza che proprio il Genova, a proposito <lei fatti del G8 lo aveva portato a conoscenza di pratiche di tortura, sostanzialmente assecondate dagli organi di vertice. Secondo l'Indice il Genova propizio il suo incontro con il Ciocia, persona incontrata presso l'abitazione di quest'ultimo, alla presenza del Genova e della moglie del Ciocia. L'Indice ha sostenuto che il colloquio fu particolarmente complicato, in ragione delle peculiari modalita espositive del Ciocia e del suo temperamento. In ogni caso a dire dell'Indice il Ciocia gli parlo delle pratiche cui si era fatto ricorso in occasione del sequestro Dozier e in precedenza nei confronti di Enrico Triaca. - A{- !f-l

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