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Il frutto dello spirito

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Il frutto dello spirito

  1. 1. Il frutto dello Spirito La Lettera ai Galati Gal 5,1-25
  2. 2.  I Galati erano tribù di Celti che abitavano tra il Danubio e l’Adriatico. Una parte di esse, al comando di Brenno, nel 279 a.C. invase la Macedonia e si spinse verso la Grecia. Due tribù di essi riuscirono a passare l’Ellesponto, giunsero in Asia minore e si stanziarono nella regione centrale dell’attuale Turchia. I Galati conservarono a lungo la loro lingua celtica e le loro usanze nazionali. Anche al tempo di san Girolamo nella regione si parlava il celtico (Prol. II in ep. ad Gal 3).
  3. 3.  Gli Atti degli apostoli riferiscono che Paolo è passato attraverso la regione galata due volte: in 16,6 e 18,23. In Gal 4,13 Paolo scrive di aver annunciato il vangelo ai Galati in seguito a una malattia che lo ha fermato da loro per qualche tempo. Questa lettera fu scritta probabilmente verso la fine dell’anno 57 in Macedonia. In tutta la lettera l’apostolo polemizza contro "alcuni" avversari concreti. È presumibile che la scelta dell’indefinito "alcuni" per indicare gli avversari serva a dimostrare da una parte il loro numero esiguo e dall’altra la disistima che Paolo nutre per loro: gente che non merita neppure di essere chiamata per nome.
  4. 4. Galata Morente, statua romana del III secolo d.C. copia dell’originale greco Musei Capitolini
  5. 5.  Tuttavia lo scritto non è indirizzato agli avversari, ma alle comunità della Galazia e gli enunciati che riguardano gli avversari sono espressi in forma indiretta e si trovano proprio nelle argomentazioni dell’apostolo. Chi fossero questi avversari non lo sappiamo con precisione perché le indicazioni di Paolo non sono sufficienti a fornire un’idea esatta su di loro. Ma certamente si può dedurre con chiarezza una cosa: in tutta la controversia si è trattato dell’essenza del vangelo; la predicazione degli avversari deve essere stata una replica all’annuncio dell’apostolo, con attacchi non solo al vangelo predicato da Paolo, ma anche alla sua persona.
  6. 6.  La lettera di Paolo ai Galati è uno scritto ufficiale dell’apostolo, nel quale egli prosegue da lontano il suo lavoro apostolico. Questa lettera sostituisce un viaggio di Paolo in Galazia: "Io vorrei essere presente in mezzo a voi" (4,20). Ciò significa che la lettera sta al posto di Paolo: non è una lettera di circostanza, ma la stessa voce dell’apostolo.
  7. 7.  Possiamo dividere la Lettera in 3 parti:  Il prescritto (1,1-5);  La lettera vera e propria (1,6 – 6,10);  Il poscritto (6,11-18).  A noi interessa la parte finale della Lettera che, come per tante altre, è di stampo parenetico (5,1-25).
  8. 8.  1Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. 2Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. 3E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. 4Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. 5Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo.
  9. 9.  Paolo mette i Galati di fronte all’aut-aut: o rimangono nella libertà del cristiano donata loro da Cristo, o si sottomettono alla circoncisione e con essa alla legge mosaica, con la conseguenza escatologica che allora Cristo per loro "non gioverà a nulla". Paolo vede il Cristo come un grande liberatore, poiché Cristo ha portato la libertà in senso assoluto agli uomini; impiega tutta la sua autorità personale: “Io, Paolo, vi dichiaro con la mia personale e apostolica autorità”: "Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla".
  10. 10.  Non è il fatto di essere circoncisi che separa da Cristo, ma l’accettare la circoncisione come elemento necessario per essere cristiani. Se i Galati cercheranno la salvezza attraverso le opere della legge si metteranno fuori dal piano di salvezza di Cristo e quindi "Cristo non gioverà loro a nulla".
  11. 11.  13Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. 14Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. 15Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!
  12. 12.  Il discorso di Paolo potrebbe essere frainteso e strumentalizzato per un libertinaggio totale. Ecco perché aggiunge subito: mÒnon (= solamente). Questa è una parola di ammonimento che collega il seguito del discorso alla prima parte del versetto. "Voi siete stati chiamati alla libertà, fratelli; solamente che questa libertà non diventi pretesto per la carne!" L’impulso ad abusare della libertà cristiana "a favore della carne" potrebbe provenire agli uomini in quanto, appellandosi alla loro libertà in Cristo, compiono le "opere della carne" presumendo ora di trovarsi "al di là del bene e del male". La vera libertà cristiana consiste nel servire il prossimo mediante l’amore.
  13. 13.  "Piuttosto servite gli uni agli altri mediante l’amore". Questa frase fa un effetto sorprendente perché sembra che questo imperativo contenga un paradosso, anzi un contrasto con l’essenza della libertà, cioè il douleÚein (= servire). Fin qui l’apostolo ha usato questo verbo in senso negativo (4,8.9.25) per esprimere una condizione di schiavitù. Ora, d’improvviso, egli esige dai cristiani un nuovo "servire": il servizio reciproco reso per amore. "La libertà alla quale i Galati sono chiamati, è - in conformità al suo senso e al suo retto impiego - la libertà per l’amore; essa è, si può anche dire, la libertà dell’amore" (Schlier).
  14. 14.  Il complemento accentuato "mediante l’amore" si richiama al "mediante l’amore" di 5,6 ("La fede che agisce mediante l’amore"). Solo nell’adempimento fattivo del precetto dell’amore la fede diventa efficace come principio di giustificazione. Accanto al complemento di modo "mediante l’amore" anche il dativo ¢ll»loij (= gli uni agli altri) qualifica il "servire" in maniera molto significativa. L’"essere schiavo" si basa normalmente su una condizione unilaterale: l’uno è il padrone, l’altro è il suo schiavo.
  15. 15.  L’“essere schiavi l’uno per l’altro, reciprocamente”, da un punto di vista sociologico - profano, è proprio un non senso ed è possibile solo grazie all’esempio che ne ha dato Cristo per cui esiste un servizio da schiavi "reciproco", basato appunto sull’atteggiamento dell’amore reso possibile dall’intervento di Dio in Cristo: l’esistere totalmente per l’altro e per tutti! In ciò l’¢g£ph (= amore gratuito) si manifesta in modo sostanziale e la libertà cristiana si realizza.
  16. 16.  Soltanto nell’esercizio dell’¢g£ph la libertà cristiana diventa del tutto libera, perché si sgancia dall’io e si sbarazza da tutti i legami che la tengono prigioniera. L’uomo che ama è l’uomo libero. L’amore è il reale distacco dell’uomo da se stesso. Ora egli vede nel prossimo il fratello e usa della libertà messagli a disposizione dal vangelo per amare come Dio ama.
  17. 17.  16Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.
  18. 18.  "Camminate secondo lo Spirito" significa: la vostra vita deve essere "spirituale", deve corrispondere alla natura dello Spirito. Lo Spirito rappresenta il modo "secondo cui" si deve vivere, nel senso che è la norma determinante della vita, la base e la maniera di comportarsi. È il "fare attenzione e il dare ascolto allo Spirito qualunque cosa faccia lo Spirito che vi vuole condurre" (Schlier). La "carne" non si identifica con la natura corporea dell’uomo, ma è l’essenza di ciò che è terreno, ostile a Dio e peccaminoso; con questo termine Paolo indica "tutta la miseria di quell’uomo che non è afferrato dallo Spirito" (Kuss).
  19. 19.  19Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio.
  20. 20.  L’apostolo non elenca tutti i vizi, ma con la locuzione convenzionale e conclusiva "e cose simili" si riferisce a tutte le opere peccaminose della "carne". La minaccia dei mali alla fine del catalogo dei vizi rientrava nella predicazione missionaria di Paolo e corrisponde ad una consuetudine tradizionale (cfr. 1Cor 6,9; 5,6; Col 3,6).
  21. 21.  22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c’è legge. 24Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
  22. 22.  “Certo sarebbe stato logico contrapporre alle «opere» della carne le «opere» dello Spirito, ma con il termine «frutto» l'apostolo sottolinea che quegli atteggiamenti costruttivi non sono opere nostre, ma dono, frutto, cioè qualcosa di gradito, di affascinante, di bello, di naturale, di spontaneo, di lieto, di gioioso, di gustoso come un frutto. Nascono dall'albero dello Spirito. Noi li viviamo, li compiamo, però è lo Spirito che li produce in noi” (C.M. Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 7-19).
  23. 23.  Biologicamente, il frutto è l’ultimo stadio della vita e si riproduce con il concorso di diversi elementi: quindi, è assente quando non c’è vita, o non si produce - pur essendoci vita - quando mancano determinati elementi (Lc 13,6-8; Mc 11,13); spiritualmente è la concretizzazione della natura divina partecipata per lo Spirito nella nuova nascita (Rm 6,22; 7,4; Fil 1,11; Gv 15,4.7-8).
  24. 24.  “Ancora, ci aspetteremmo il plurale «frutti», visto che si tratta di 9 atteggiamenti. Credo tuttavia che scegliendo la dizione al singolare Paolo abbia voluto far notare l'unità della vita nuova, in confronto con la frantumazione tipica della vita secondo la carne, della vita mondana. Quindi «frutto» è inteso in senso collettivo, come fruttificazione, ricchezza di frutti dello Spirito” (C.M. Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 7-19).
  25. 25.  L’espressione "frutto dello Spirito" al singolare, vuol soprattutto far notare l’unità della vita nei confronti "della frantumata varietà della vita carnale" (Oepke). Lo Spirito integra il battezzato in unità spirituale anche dal punto di vista etico. "Un concetto, che con particolare chiarezza rende la compenetrazione - caratteristica dell’operato morale dei credenti - di attività divina e attività umana le quali in definitiva non possono più separarsi nettamente l’una dall’altra, è il concetto di ‘frutto’" (Kuss).
  26. 26.  “Intuiamo già un abbozzo di morale cristiana, e proprio per questo ho scelto il titolo: «II frutto dello Spirito nella vita quotidiana». La realtà costruttiva che lo Spirito mette in noi non è solo per alcuni eletti, non ha carattere straordinario; è parte della vita di ogni giorno, è la morale cristiana autentica, propositiva, che si contraddistingue rispetto a una morale cristiana puramente limitativa o impositiva. È un punto su cui mi soffermo perché è molto importante capire che siamo qui nel cuore della morale neotestamentaria.
  27. 27.  Non è semplicemente una morale di ciò che è lecito e di ciò che è proibito. Spesso, quando sentiamo parlare di morale pensiamo subito a una proibizione, e di fatto c'è una morale che indica il limite minimo per non distruggerci e per non distruggere; è una morale del lecito e dell'illecito (questo non si può fare, è peccato). Tuttavia siamo al livello infimo della morale.
  28. 28.  C'è un secondo livello, quello della morale del dovere, del come rispondere ai diritti, alle esigenze altrui, del come costruire una società responsabile; è la morale del rispetto dei diritti altrui, della edificazione di una convivenza sociale ordinata, ed è quindi più alta della morale del lecito e dell'illecito. Ma la morale del Nuovo Testamento, espressa da san Paolo nella lettera ai Galati, è assai più alta perché attiene a ciò che è bello, non solo a ciò che è vietato e a ciò che è dovere.
  29. 29.  La morale evangelica parla di ciò che è irradiante, che rende felici, che rende la vita piena e feconda. È la morale dello Spirito, su cui meditiamo nelle nostre catechesi, ed è dunque frutto. Non mira semplicemente a una società ordinata, bensì a una società cordiale, calorosa, entusiasmante. Nel testo paolino si delinea allora un'immagine di uomo e di donna piena di frutti dello Spirito.
  30. 30.  Che - lo vedremo meglio in seguito - si esprime in tre modi tipici della mentalità biblica: nel cuore, cioè nei sentimenti più profondi; nella bocca, cioè nel dialogare, nell'accostare la gente; nelle mani, cioè nell'azione.  Potremmo parlare di una morale del cuore, di una morale della bocca, di una morale della mano. Si tratta di una ricchezza di umanità che ci rende inventivi, creativi, positivi, capaci di dare gioia.
  31. 31.  È insomma l'immagine di uomo, di donna, di società che Gesù Cristo promuove, l'unica società davvero vivibile, nella quale i rapporti, le relazioni sono fondate sulla serenità e sulla gratuità. I 9 atteggiamenti che esprimono il frutto dello Spirito sono in parte atteggiamenti del cuore (amore, gioia, pace), in parte della bocca (benevolenza, cortesia, dolcezza nell'avvicinare gli altri), in parte delle mani (bontà, fedeltà, dominio di sé), e tutti descrivono la bellezza di una vita secondo le beatitudini, la ricchezza di una vita secondo il Vangelo” (C.M. Martini, Il frutto dello Spirito nella vita quotidiana, 7-19).
  32. 32. http://www.segnideitempi.org/pagine/don-fabio-rosini/catechesi/i-frutti-dello-spirito-santo/
  33. 33.  • ™gkr£teia: è l’astinenza da dissolutezze sessuali e d’altro genere; essa è dono di Dio (Sap 8,21). Paolo pratica la "continenza" come un lottatore, castigando il suo corpo e riducendolo in schiavitù (1Cor 9,24-27). In 1Cor 7,9 questo termine si riferisce alla continenza sessuale. In questo v. l’™gkr£teia va vista come il contrario dei vizi enumerati nei vv. 20-21: fornicazione, impurità, dissolutezza, sbevazzate, gozzoviglie e cose simili.
  34. 34.  Il dominio di sé equivale ad avere i freni nell’automobile: “non si può andare senza sapersi fermare!”. La cultura dominante, oggi, tende ad affermare la libertà dell’individuo, spronato a poter fare di tutto, senza lasciarsi condizionare dalle regole. Vivere senza freni, tuttavia, significa porre le basi per “andare a sbattere”. Inoltre libertà significa capacità di autodeterminarsi, ovverosia di darsi delle regole, dei confini.
  35. 35.  Per gli antichi greci, ™gkr£teia era l’arte di avere controllo del proprio essere. Oggi, un’altra concretizzazione del dominio di sè è costituita dal self-control, autocontrollo come potere in relazione a sé stessi in funzione del proprio benessere. Per il cristiano vale il concetto del Dominio di me perché io tengo a Te. Si pensi al famoso brano sul digiuno dei discepoli (Mc 2,18-20) in relazione allo Sposo. Dire no ad alcune scelte non per sentirsi più o meno giusti ma perché mi allontanano da Lui.
  36. 36.  • praäthj: significa spirito di umiltà; più che la mitezza indica la stato di abbandono che si radica in Dio (anawim). "L’autocontrollo di chi si affida a Dio è il correlato della pacatezza mite (Is 26,6), non la distanza superiore del (sedicente) saggio" (Hauck). Nel vangelo di Matteo la mitezza è una caratteristica particolare dello stesso Gesù (11,29; 21,5). In 2Cor 10,1 Paolo esorta la comunità "per la dolcezza e mitezza di Cristo". In Gal 6,1 i credenti, come uomini "spirituali" devono riprendere il fratello peccatore "nello spirito di mitezza"; così eviteranno la tracotanza, l’impazienza e l’ira.
  37. 37.  San Filippo Neri, richiesto di verificare la santità di una suora la inondò d’acqua: la reazione della suora evidenziò la sua vera indole. Mitezza è reazione sorprendente in uno stato di conflitto, di tensione. Non la codardia di chi abbozza, mancando di coraggio. Non la compressione delle proprie reazioni in nome del “buonismo”. “Beati i miti perché erediteranno la terra”: i violenti in genere conquistano la terra. Il mite non risponde alla violenza perché tiene a un dono più grande: combatte una battaglia per la vera ricchezza, quella che nessuno gli può togliere. Il mite alza la voce non contro ma per qualcuno. La guerra viene da un appetito: il mite cerca il “vero pane” e solo quello difende.
  38. 38. Sinonimi: Lealtà, Sincerità, Schiettezza, Costanza, Coscienziosità, Onestà, Rettitudine, Affetto, Amore, Assiduità, Attaccamento, Tenacia, Rispetto, Dedizione, Esattezza, Precisione, Puntualità, Attendibilità, Credibilità, Corrispondenza, Conformità Contrari: Infedeltà, Tradimento, Adulterio
  39. 39.  • p…stij: è la virtù della fedeltà, o - più verosimilmente - il "fidarsi" proprio dell’amore, come si legge in 1Cor 13,7: "La carità tutto crede". È il rapporto reciproco che rende la fiducia affidamento. Capacità di “essere fedeli”. Tradisce chi è adultero, cioè va ad un altro. Un amico adultero non è chi ti abbandona ma chi ti resta vicino anche a costo di “adulterare” il suo ruolo. Un padre fedele è quello che non tradisce la sua vocazione, che non si pone come amico ma come riferimento e norma per il figlio. Fedele è chi mette al centro il bene dell’altro. Capacità di essere fedeli, non conniventi. Infedeli a sé stessi.
  40. 40.  • ¢gatwsÚnh: la parola "esprime, le medesime delicate sfumature di crhstÒthj, però è maggiormente orientata all’essere buoni e alla rettitudine" (Stachowiak). Non si tratta di buonismo. Bontà come capacità di comprendere che cosa è meglio per l’altro. Non si tratta di assecondare, di andare incontro al desiderio del figlio, ma di saperlo correggere e di saperlo anche deludere se questo è per il suo bene. La bontà e frutto di una domanda giusta fatta a sé stessi: dov’è la mia felicità?
  41. 41.  Essere buoni allora è partire dalle proprie sofferenze, debolezze, incapacità non con la pretesa di stare continuamente a cambiarsi e a modificarsi, ma con la consapevolezza che anche le mie fragilità, se guidate dallo Spirito, possono diventare aiuto per l’altro. Realizzarsi come persone nella gioia data agli altri. La domanda non è chi sono ma a cosa servo, cosa posso fare di buono?
  42. 42.  • crhstÒthj: significa bontà duratura. Il Dio dell’Antico Testamento si rivela come un Dio di bontà. Gesù manifesta la bontà di Dio soprattutto col suo comportamento verso i pubblicani e peccatori. Per questo la bontà fa parte delle virtù dei cristiani e in essa si esprime l’¢g£ph (Cor 13,4; Ef 4,32; Col 3,12). Bontà/benevolenza: si tratta di un’endiade. Benevolenza ha un’accezione diversa: utile, adatto, buono per qualcosa, buono a …, efficace, operativo, porta al risultato che deve operare; non è gentilezza, affabilità.
  43. 43.  Attitudine di fronte alla vita ed alle persone per cui si coglie costantemente l’aspetto costruttivo. La vita come occasione per essere benevolenti. Quando ci troviamo di fronte a qualcosa che non accettiamo, lo Spirito Santo semina nel nostro cuore un dubbio, il sospetto che ci sia qualcosa di buono nella contraddizione: forse c’è un bene in quello che ci sta succedendo.
  44. 44.  Le mie debolezze diventano, nelle mani di Dio, l’occasione per conoscere il Suo Amore per me, la Sua Pazienza, la Sua incredibile Tenerezza, il Suo Atteggiamento Paterno. Dio ci guarda sempre come qualcosa di bello, di importante, di prezioso, di utile, di efficace, salvabili, redimibili. Il “salto di qualità” è un segno della benevolenza di Dio e mi lancia in una gratitudine che mi pone nella stessa attitudine nei confronti del prossimo. La necessità dell’altro è occasione per esercitare la benevolenza.
  45. 45.  • makroqum…a: significa pazienza, longanimità, magnanimità. Il Dio della Bibbia è un Dio misericordioso e pietoso, longanime e ricco di grazia (Es 34,6). Poiché Dio è longanime e misericordioso, tale dev’essere anche l’uomo (parabola del servo spietato in Mt 18,23-35). Così anche Paolo esige dalle comunità cristiane la longanimità reciproca. Stando a 1Cor 13,4 la longanimità è un predicato dell’¢g£ph. Poiché i cristiani sono eletti di Dio, santi ed amati, essi devono rivestirsi di un cuore di misericordia, bontà, umiltà, mitezza, longanimità (Col 3,12).
  46. 46.  Quindi la longanimità nelle comunità cristiane si dimostra come frutto dello Spirito, eco della sperimentata longanimità di Dio verso il peccatore. Capacità di dare all’altro tempo, spazio, possibilità. Non impongo all’altro fretta, ansia, obbligo di fare presto. Di fronte all’errore dell’altro, dare la possibilità ed il tempo necessario per pentirsi, ravvedersi, convertirsi.
  47. 47.  Dio è «lento all’ira» (Es 34); «Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9). Perché Dio è paziente? Perché ha tutto il tempo che vuole. Se cambiamo il nostro modo di rapportarci al tempo, partendo dal credere nell’eternità, allora possiamo diventare pazienti come lo è Dio con noi. Il maligno «è pieno di furore sapendo che gli resta poco tempo» (Ap 12). Correzione fraterna!
  48. 48.  • e„r»nh: "Shalòm è l’essenza stessa della salvezza e della prosperità" (Gross). A inaugurare questo stato di cose sarà il "principe della pace" (Is 9,5), cioè il Messia. La venuta del Messia in Gesù Cristo significa una manifestazione della pace escatologica per gli uomini che sono oggetto della compiacenza di Dio (Lc 2,14). In Ef 2,14-17 è descritta l’immensa opera pacificatrice di Cristo, che crea l’unità. Il dono salvifico della pace chiama la comunità a un vasto lavoro di pace e a nutrire sentimenti di pace nel senso più ampio; essa stessa dev’essere un luogo in cui regna la pace.
  49. 49.  Pace, per i greci, è essenzialmente assenza di guerra: nella cultura ebraica, invece, è sottintesa un’abbondanza, un buon rapporto con ciò che ci circonda. «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). La pace del mondo è solo una tregua! Nel nostro mondo si ritiene che lo «stare in pace» sia il frutto di un sottrarsi ad ogni conflitto: pace come morte della relazione! Non è questa la pace cristiana! Siamo chiamati a costruire la pace. L’uomo di pace parte dalla pace di Cristo, vive in pace con sé stesso, semina pace attorno a sé! «Se dunque presenti la tua offerta sull'altare …» (Mt 5,23)
  50. 50.  • car£: "È difficile trovare una parola che sia altrettanto al centro dell’Antico Testamento come la parola gioia... La gioia di riconoscenza per la bontà di Dio è il senso della vita umana. Quando giunge il tempo della salvezza, Dio moltiplica l’esultanza e raddoppia la gioia" (Koehler). Nel Nuovo Testamento si dice che la nascita del Messia introduce già il grande tempo della gioia (Lc 2,10), e così in Paolo la gioia è l’"esplosione della speranza e l’eco vitale della situazione escatologica del cristiano" (Schlier). In Gal 5,22 car£ si trova tra i due concetti soteriologici ¢g£ph e e„r»nh.
  51. 51.  Paolo non intende parlare della gioia anzitutto in senso psichico, ma come espressione dell’acquisita pienezza dello Spirito (Rm 14,27): essa è gioia ricevuta, che dev’essere trasmessa (2Cor 8,2) e deve contrassegnare tutta l’esistenza anche quando nella vita ci si trova nella tribolazione (1Ts 1,6; 2Cor 7,4); La gioia o allegrezza è una condizione desiderata da tutti, ma raggiunta da pochi. Il mondo fa della ricerca della felicità lo scopo della vita, e pur di raggiungerla è disposto ad accettare “qualsiasi” tipo di divertimento o piacere.
  52. 52.  La gioia naturale è effimera e passeggera (Pv 14,13; Qo 2,9-11), così come gli elementi che la suscitano: un successo sportivo, un innamoramento, l’acquisto di un bene tanto desiderato… Per converso la tristezza per molti è affascinante, coinvolgente: il ruolo della vittima! Si ha sempre una storia triste da raccontare! Etimologicamente la gioia è una punta che squarcia! La gioia del credente è la stessa di Cristo (Gv 15,11; Eb 12,2), non dipende dalle circostanze favorevoli o meno (Sal 4,7; At 16,25), perciò è duratura anche nel dolore (Gv 16,22; 1Tess 5,16). Frutto di un’obbedienza allo Spirito Santo!
  53. 53.  • ¢g£ph: essa sta all’inizio dell’enumerazione come fonte e quintessenza di tutti i doni e di tutte le virtù. La priorità dell’amore qui non è solo cronologica, ma anche qualitativa. Questa preminenza dipende dall’affermazione di 5,14, secondo cui nel precetto dell’amore del prossimo trova il suo compendio e adempimento "tutta la legge". Perciò è da supporre che l’apostolo con ¢g£ph intenda anzitutto l’amore per gli altri e specialmente per i compagni di fede. Se questo amore è "frutto dello Spirito" esso è dono e grazia proveniente dall’alto, come le successive virtù del catalogo. Proprio per questo esso è l’eco molteplice di quell’amore che, secondo Rm 5,5, è stato riversato nei nostri cuori dallo Spirito.
  54. 54.  La grandezza dell’amore ci porta all’infinità di Dio, che è Amore (1Gv 4,8). La spiegazione più esauriente dell’amore è stata data da Paolo in 1Cor 13, che è la pagina più elevata, il poema più sublime del servo ispirato da Dio. L’amore naturale viene dalla nostra carne (œrwj o fil…a). L’amore naturale è egoistico. L’amore naturale è mutevole, fragile e limitato nel tempo, nello spazio, nelle cose e nelle persone, ed è talvolta motivo di divisione perché unisce un partito contro un altro (1Cor 1,10- 13). L’amore come carità viene dallo Spirito Santo (Rm 15,30; Rm 5,5; 2Tm 1,7) (¢g£ph) È’ essenzialmente altruistico (Rm 5,7-8; 1Cor 13,6; Rm 9,3): es. Il Pastore che rischia la vita per le pecore è la figura dell’amore in azione di sacrificio.
  55. 55.  E’ illimitato nello spazio e verso le persone (Mt 5,46-47; Lc 23,34; At 7,60) Gesù sulla croce ci conferma questa verità nell’esercizio dell’amore verso i nemici, verso il ladrone, verso Sua madre. E’ costante nell’immutabilità (Gv 13,1). Esercitando l'¢g£ph il cristiano esterna la personalità di una natura … che è nata di nuovo (1Gv 3,14-18; Rm 12,21). ¢g£ph è la capacità del credente di amare qualcuno che non sia simpatico o che lo perseguiti; è l'amore che non cambia anche se viene oltraggiato, è l'amore che si preoccupa di dare, che ricerca sempre ciò che è buono per l'altro, indipendentemente dalle sue attitudini e dal comportamento.
  56. 56. Mano nella mano dello Sposo … … e ancora 100 e 1000 anni di avventura, di meraviglia, di fascino! Con affetto ti siamo vicini, in questo come negli altri giorni, per una comunione che ci unisce oltre i limiti delle distanze e delle nostre umanità. don Alfonso e la mamma Rita, don Marco, Emilia, Luisa, Marianna, Maria Grazia, Rosa, Antonia, Maddalena

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