Tesi emancipazione

Lavoro scolastico

Esame di qualifica
Corso professionale della ristorazione
Preparazione pasti - III C
STORIE DELLA BUONA NOTTE PER BAMBINE RIBELLI:
Giordana Caiani
Relatrice: Prof.ssa Francesca Palminiello
Anno scolastico 2016/2017
INTRODUZIONE
INTRODUZIONE AL LIBRO
I DIRITTI DELLE DONNE, TRA POLITICA, ETICA E LAVORO
-Diritto al voto
-Diritto al divorzio
-Diritto all’aborto
-Donne sul posto di lavoro
NEGAZIONE DEI DIRITTI UMANI PER LE DONNE NEL MONDO
-Infibulazione e burqa
-Malattie a trasmissione sessuale
-Sotto il burqa
-Oppressione e femminicidio Cina e India
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INTRODUZIONE
Ho scelto questa tesi perché nonostante la parità dei sessi, le “conquiste” fatte
dalle donne sono tutt’ora segnate da pregiudizi. Cura della famiglia, debolezza,
sensibilità, l’essere fragili, sono tutte caratteristiche che si “appioppano”
esclusivamente alle donne. Eppure nel corso della storia sono tante le donne che
si sono battute e hanno mostrato forza, coraggio e sicurezza per i propri ideali. Da
qui la scelta di presentare un libro come STORIE DELLA BUONANOTTE PER
BAMBINE RIBELLI. Libro che racconta la forza delle donne con la semplicità di
una favola. Libro rivolto alle bambine di oggi che invece di riconoscersi solo nelle
principesse da salvare, possono diventare loro stesse le reali protagoniste dei loro
sogni.
Secondo me oggi ci sono ideali “errati” di femminismo. Vedo tante donne che si
definiscono emancipate per come si vestono e per il loro definirsi libere, ma
quante poi ottengono il risultato opposto. Il rischio è cadere in una
stigmatizzazione della loro immagine e in un uso inappropriato dei risultati che
negli ultimi tempi si sono ottenuti.
INTRODUZIONE AL LIBRO
“C'era una volta... Una principessa? Macché! C'era una volta una bambina che
voleva andare su Marte. Ce n'era un'altra che diventò la più forte tennista al
mondo e un'altra ancora che scoprì la metamorfosi delle farfalle. Da Serena
Williams a Malala Yousafzai, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo, da Margherita
Hack a Michelle Obama, sono 100 le donne raccontate in queste pagine e ritratte
da 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo. Scienziate, pittrici, astronaute,
sollevatrici di pesi, musiciste, giudici, chef... Esempi di coraggio, determinazione e
generosità per chiunque voglia realizzare i propri sogni.”
Si tratta di un progetto ambizioso tutto al femminile, scritto e illustrato da donne
straordinarie che hanno raccontato le storie di donne altrettanto straordinarie, le
quali hanno fatto della propria diversità motivo di orgoglio. Quello di Elena Favilli
e Francesca Cavallo è in effetti, un viaggio nelle vite di personaggi cardine della
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storia femminile: indipendenti, a volte controversi, ma le cui azioni hanno
comunque la capacità di ispirare non solo le nuove, ma anche le vecchie
generazioni. Ispirare a sognare forte, anzi fortissimo, senza timore di essere la
voce fuori dal coro. Perché a volte l'essere in disaccordo con la visione che il
mondo ha di noi può generare risultati incredibili. Le vicende di cento guerriere
che hanno preso a morsi la vita, ridendo in faccia alla paura, scegliendo la strada
più complessa per realizzare i propri sogni. Sogni che il mondo credeva troppo
ambiziosi, difficili, inappropriati, ma che loro hanno deciso di curare e
proteggere. Impossibile non rimanere incantati dalle vittorie ottenute da donne
che non si sono arrese, lottando contro gli ostacoli e i giudizi a cui la vita le ha
sottoposte per il semplice fatto di appartenere al genere femminile.
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I DIRITTI DELLE DONNE, TRA POLITICA, ETICA E LAVORO
-Diritto al voto
Il traguardo del diritto di voto è il risultato di un lungo percorso attraverso la
trasformazione della condizione, del ruolo e dell’immagine della donna nel XIX e
nel XX secolo. La battaglia per il suffragio femminile è costata alle poche donne in
prima linea, sacrifici personali, vessazioni e disprezzo. In Italia per legge la donna
era ritenuta incapace e quindi soggetta alla tutela dell’uomo. Aveva bisogno
dell’autorizzazione maritale per donare, alienare beni immobili, non poteva gestire
i soldi guadagnati con il proprio lavoro, non aveva il diritto di esercitare la tutela
sui figli legittimi, né quello ad essere ammessa ai pubblici uffici. La conquista
dell’uguaglianza giuridica e la parità dei diritti, sarà frutto di un cammino lento,
irto di ostacoli, in un periodo di grandi avvenimenti storici che coinvolgeranno le
donne come mai si era visto prima. Tra i molti obiettivi del femminismo, oltre al
miglioramento del livello di istruzione e della condizione socio-economica
femminile, a smuovere animi e coscienze è il diritto di voto; la battaglia delle
donne s’inserirà nella vivace discussione per il suffragio universale e nel 1906,
Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Giacinta Martini Marescotti e altre
firmatarie, presentano al Parlamento una petizione per chiedere il diritto di voto
per le donne. Nello stesso anno altre attiviste ottengono l’iscrizione alle liste degli
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elettori politici in alcuni comuni, poi annullate dalle varie corti di appello. Il
movimento per l’emancipazione della donna si fa strada e cerca di organizzarsi.
Un passo significativo è il Primo Congresso Femminile che nel 1908 apre i suoi
lavori al cospetto della Regina e della principessa Laetitia. Seguito con grande eco
dalla stampa dell’epoca, affronta le questioni imperanti per la condizione delle
donne: il lavoro, l’istruzione, la salute, i diritti politici, oltre a ribadire l’impegno
del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane contro lo sfruttamento della
prostituzione, la tratta delle bianche e la violenza sulle donne. Il Congresso vede
anche nascere un coordinamento nazionale delle molteplici voci
dell’associazionismo femminile, anche se grande assente è l’Unione Femminile
milanese, presente solo alla seduta indetta dal Comitato Nazionale Pro-Suffragio,
sottolineando così i contrasti tra le attiviste che determineranno la scissione delle
donne cattoliche e la creazione dell’Unione Femminile Cattolica. Col
sopraggiungere della Grande Guerra la realtà quotidiana della donna cambia
profondamente, si affacciano nuove necessità e le italiane sono chiamate a
sostituire gli uomini mandati al fronte. Matilde Serao nel suo Parla una donna:
diario femminile di guerra, richiama l’attenzione sul contributo femminile di tutte
le classi sociali, nonostante a guerra finita le donne verranno licenziate in massa
per far posto ai reduci di guerra, il loro impegno verrà riconosciuto anche dal
Parlamento e con l’abrogazione dell’autorizzazione maritale le donne guadagnano
nel 1919 l’emancipazione giuridica. Pochi anni dopo è il deputato Giuseppe
Emanuele Modigliani a perorare la causa femminile e propone di estendere alle
donne le leggi in vigore sul voto, a bloccare ogni discussione politica è la Marcia
su Roma. Mussolini, si schiera a favore del suffragio femminile e con la legge
Acerbo concede il voto alle decorate, alle madri di caduti, a coloro che
esercitassero la patria potestà, che avessero conseguito il diploma elementare,
che sapessero leggere e scrivere e pagassero tasse comunali pari ad almeno 40
lire annue. Anche se la successiva abolizione delle elezioni, si traduce in un nulla
di fatto per l’agognato voto femminile. É con la Resistenza partigiana che le donne
italiane si appropriano di una nuova identità, scardinando i tradizionali ruoli
combattono sul campo al fianco degli uomini, condividendo ideali e pericoli.
Informatrici, staffette, indispensabili collegamenti tra le brigate partigiane e la
città, iniziano una vera e propria rivoluzione sociale che porterà non solo al
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traguardo del voto ma alla rivendicazione di nuovi diritti e spazi nella vita sociale
e politica del Paese. In Italia le donne furono considerate cittadine al pari degli
uomini solo alla fine della Seconda guerra mondiale, il 10 marzo del 1946. La loro
prima occasione di voto non fu il referendum del 2 giugno 1946 per scegliere tra
monarchia e repubblica, come pensano in molti, bensì le amministrative di
qualche mese prima, quando le donne risposero in massa e l’affluenza superò l’89
per cento. Circa 2 mila candidate vennero anche elette nei consigli comunali, la
maggioranza nelle liste di sinistra. La stessa partecipazione ci fu per il
referendum del 2 giugno. Le donne elette alla Costituente furono 21 su 226
candidate, pari al 3,7 per cento: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito
Comunista, 2 del Partito Socialista e una dell’Uomo Qualunque. Cinque deputate
entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea
per scrivere la nuova proposta di Costituzione. Il primo paese al mondo a decidere
il suffragio femminile è stato la Nuova Zelanda nel 1893, seguita dall’Australia, i
paesi scandinavi, la Russia (con la Rivoluzione d’Ottobre), la Gran Bretagna e la
Germania dopo la Prima guerra mondiale e gli Stati Uniti nel 1920.
Il 30 gennaio del 1945 con l’Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto
l’occupazione tedesca, durante una riunione del Consiglio dei ministri si discusse
del suffragio femminile che venne sbrigativamente approvato come qualcosa di
ovvio o, a quel punto, di inevitabile. Il decreto fu emanato il giorno dopo: potevano
votare le donne con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano
«il meretricio fuori dei locali autorizzati».
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-Diritto al divorzio
Il divorzio in Italia viene introdotto per regolamentare una pratica tollerata ma
fuori dalla legge che vedeva gli uomini separarsi di fatto dalle mogli costituendo
una seconda famiglia di fatto, anche con prole. Tra i tanti casi noti ricordiamo
quello di Corrado Pani sposato con Renata Monteduro che ebbe un figlio con
Mina Mazzini (1963). Monteduro sporse denuncia per concubinaggio ma ormai
Pani aveva un figlio con un’altra donna essendo ancora sposato con lei. La legge
sul diritto familiare, promulgata nel 1940 da Mussolini, lasciava al marito, il
capofamiglia, ampio margine decisionale e il reato di abbandono del tetto
coniugale era un deterrente più per le mogli che per i mariti.
Il divorzio e il referendum abrogativo:
Il 1º dicembre 1970 il divorzio diventa legge (898/1970) nonostante l’opposizione
della Democrazia Cristiana, del Movimento Sociale Italiano e di altri partiti.
I partiti contro il divorzio, come la Dc, presentavano il divorzio come “la rovina per
le famiglie” con argomentazioni analoghe a quelle usate nel 2016 per contrastare
il riconoscimento delle unioni omosessuali. Nel 1974 la legge viene sottoposta a
quesito referendario abrogativo (errata la convinzione di molte persone che il
referendum servì a istituire il divorzio) con il sostegno dell’Azione Cattolica,
l’appoggio esplicito della Cei, di gran parte della Dc e del Msi.
I No all’abrogazione raggiungono il 59,3% dei voti voti, mentre i Sì raggiunsero il
40,7%. Un risultato che mostrava un paese diviso, con una grossa fetta di
persone, uomini e donne, che mal sopportavano l’auto emancipazione, femminile
quanto maschile.
Dalla separazione prima del divorzio al divorzio breve:
La legge del 1970 prevedeva cinque anni di separazione prima del divorzio vero e
proprio durante i quali si poteva cambiar idea e ricostituire il nucleo familiare.
Il periodo obbligatorio di separazione è stato abbreviato con diversi interventi
legislativi (leggi 436/1978, 74/1987, 162/2014) fino ad arrivare all’odierno
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divorzio breve (legge 55/2015): oggi per divorziare bastano 6 o 12 mesi a seconda
se il divorzio sia consensuale o no.
I divorzi oggi:
Dal versante dei divorzi l’introduzione del “divorzio breve” ha fatto registrare un
consistente aumento, nel 2015 sono stati 82.469 (+57% sul 2014). sempre nel
2015 più contenuto è stato l’aumento delle separazioni, 91.706 (+2,7% rispetto al
2014). Nel 2015 poco più della metà delle separazioni (54,0%) e il 39,1% dei
divorzi riguardano matrimoni con almeno un figlio o una figlia minori di 18 anni.
Le separazioni con prole in affido condiviso sono circa l’89%. Nelle separazioni, il
52,9% della prole affidata ha meno di 11 anni mentre nei divorzi la prole è
generalmente più grande: la quota di quella al di sotto degli 11 anni scende al
32,3% del totale.
Le unioni di fatto:
Sempre secondo l’Istat sono in aumento costante le cosiddette unioni libere che
possono costituire una premessa a un successivo matrimonio ma che spesso
costituiscono un modello del tutto alternativo. Le unioni libere sono più che
raddoppiate dal 2008, superando il milione nel 2013-2014. Le convivenze more
uxorio tra partner celibi e nubili (che cioè non sono impedite al matrimonio da
matrimoni precedenti ancora in atto) arrivano a 641mila nel 2013-2014 e sono
cresciute quasi 10 volte rispetto al 1993-1994. All’interno delle unioni libere si
fanno sempre più figli e figlie: nel 2014 il 25% della prole nata ha genitori non
coniugati.
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-Diritti sull’aborto
La legge italiana che regola l'accesso all'aborto è la Legge 22 maggio 1978, n. 194,
approvata dal parlamento dopo vari anni di mobilitazione per la
decriminalizzazione e regolamentazione dell'interruzione volontaria di gravidanza
da parte del Partito Radicale e del Centro d'informazione sulla sterilizzazione e
sull'aborto (CISA), che nel 1976 avevano raccolto oltre 700.000 firme per un
referendum, per l'abrogazione degli articoli del codice penale riguardanti i reati
d'aborto su donna consenziente, di istigazione all'aborto, di atti abortivi su donna
ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la
procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Solo l'anno precedente
il referendum sul divorzio aveva mostrato la distanza tra l'opinione pubblica e la
coalizione a guida democristiana al governo. La Corte Costituzionale inoltre nel
1975 consentiva il ricorso all'aborto per motivi molto gravi. La legge 194 consente
alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica
nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere
alla IVG solo per motivi di natura terapeutica. La legge 194 istituisce inoltre
i consultori come istituzione per l'informazione delle donne sui diritti e servizi a
loro dovuti, consigliare gli enti locali, e contribuire al superamento delle cause
dell'interruzione della gravidanza. La legge stabilisce che le generalità della donna
che ricorre all'IVG rimangano anonime. Il ginecologo può esercitare l'obiezione di
coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza
allorquando l'intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in
imminente pericolo" (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il
bambino in affido all'ospedale per una successiva adozione e restare anonima.
Questa legge è stata confermata dagli elettori con una consultazione
referendaria il 17 maggio 1981.
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-Donne sul posto di lavoro
In tutta Europa nel secolo scorso, la legislazione è stata messa in atto per
garantire che le donne hanno dei diritti sul posto di lavoro. Nei tradizionali settori
di occupazione femminile come l'assistenza all'infanzia, segreteria e di servizio, il
cambio di settori e di retribuzione sono bassi e il lavoro è spesso a tempo parziale.
Le donne sperimentano una retribuzione inferiore rispetto agli uomini in tutte le
professioni e tutti i settori e sono in una posizione di particolare svantaggio. La
predominanza di donne nel lavoro a part time può compromettere la capacità di
guadagno, il lavoro a part time è spesso associata a guadagni orari inferiori. Una
recente ricerca da parte della Commissione Pari Opportunità mostra che le donne
che lavorano a tempo pieno guadagnano in media l’ 82% della retribuzione oraria
degli uomini a tempo pieno, contro il 69% nel 1971. Peggio ancora il divario tra le
retribuzioni orarie di donne che lavorano a tempo parziale e di uomini che
lavorano a tempo pieno è del 39%. Le lavoratrici a tempo parziale ricevono solo il
61% della retribuzione oraria maschile a tempo pieno.
La storia della legislazione italiana sul lavoro delle donne può essere divisa,
grosso modo, in tre periodi. Il primo periodo è caratterizzato da norme di tutela
del lavoro femminile, riguardanti la maternità, l’orario e le condizioni di lavoro. La
legislazione protettiva risale gli inizi di questo secolo; nuove leggi, più
intensamente protettive delle precedenti, vennero emanate durante il ventennio
fascista. Dopo la seconda guerra mondiale, la Costituzione, entrata in vigore nel
1948, ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico il principio di eguaglianza,
prescrivendo la parità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici, art.37. L’ultimo
periodo della storia della legislazione italiana sul lavoro delle donne si inizia con
la legge 9 dicembre 1977, n.903. La legge sulla parità di trattamento tra uomini e
donne in materia di lavoro ha sconvolto il tradizionale assetto della legislazione
sul lavoro femminile. Ispirandosi alla legislazione antidiscriminatoria vigente in
altri paesi, il legislatore italiano ha abrogato le previgenti norme protettive;
restano salve le disposizioni della legge 30 dicembre 1971, n.1204 sulla tutela
delle lavoratrici madri. Nei paesi più industrializzati il lavoro notturno, il lavoro
sotterraneo nelle cave e nelle miniere erano già stati vietati alle donne e ai
fanciulli al di sotto delle età comprese fra i 10 e i 14 anni. Si era inoltre
provveduto a limitare l’orario di lavoro per le donne e per i fanciulli, mentre
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speciali norme di tutela della maternità delle lavoratrici impedivano agli
imprenditori di utilizzare le donne nei periodi immediatamente precedenti e
successivi al parto. Nel nostro paese, la rapida crescita dell’industria tessile aveva
trasformato un gran numero di contadini in operai; nel periodo iniziale dello
sviluppo industriale le donne e i bambini erano stati i primi ad abbandonare le
campagne. Dopo una lunga e inutile serie di progetti di legge, di grandi dibattiti e
di dure polemiche, venne finalmente emanata, nel 1886, la legge sul lavoro dei
fanciulli. La legge del 1886 non si applicava alle donne; quanto ai fanciulli, la cui
età minima di ammissione al lavoro era fissata in 9 anni, la protezione legale era
povera e inefficiente. La mancanza di adeguate sanzioni, l’inesistenza di strutture
per il controllo e le ispezioni, le troppe eccezioni consentite alle già insufficienti
restrizioni imposte dalla legge, rendevano debole l’intervento legislativo. A pochi
anni dall’emanazione della legge, tutti erano d’accordo nel giudicare un fallimento
il primo tentativo dello stato italiano di disciplinare il lavoro dei fanciulli.
Furono necessari ancora 16 anni per emanare nuove norme protettive. Durante
questo periodo di tempo, il movimento per l’emancipazione delle donne era
cresciuto; sempre più numerose le lavoratrici prendevano parte agli scioperi. Il
lavoro era vietato ai minori di 12 anni. Il lavoro sotterraneo ed il lavoro nelle cave
e nelle miniere erano vietati ai giovani al di sotto dei 15 anni ed alle donne di
qualsiasi età. La durata massima della giornata lavorativa per le donne e per i
fanciulli venne fissata in 12 ore. Il lavoro notturno ed i lavori pericolosi e
insalubri furono vietati per i giovani al di sotto dei 15 anni e per donne minori di
21 anni, Riguardo alla maternità delle lavoratrici, la legge del 1902 introdusse un
periodo di congedo obbligatorio della durata di 4 settimane successive al parto.
Ma le donne non ricevevano alcuna retribuzione durante il periodo di congedo. La
tutela legale della maternità delle lavoratrici si esauriva dunque nel congedo: con
le conseguenze economiche che si possono facilmente immaginare. In sostanza, il
congedo per maternità equivaleva in quei tempi ad un licenziamento. Solo nel
1910 venne istituita la “Cassa di maternità”, che doveva pagare un sussidio alle
lavoratrici in congedo di maternità. Tale sussidio, in cifra fissa, era basso e non
proporzionato al salario effettivamente percepito dalla lavoratrice. A partire dal
1923, furono emanate una serie di misure di espulsione, dirette allo scopo di
limitare l’occupazione delle donne nei pubblici servizi, ed a concentrare il lavoro
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femminile nei settori marginali. Si cominciò col proibire alle donne l’insegnamento
della filosofia e dell’economia nelle scuole secondarie, ed a vietare loro la direzione
delle scuole medie e secondarie. Quindi, con la legge 18 gennaio 1934, n. 221, la
pubblica amministrazione fu autorizzata a discriminare le donne nelle assunzioni.
Nel 1938, venne proibito ai datori di lavoro sia pubblici che privati di assumere
più del 10% di donne. La legge 5 luglio 1934, n. 1347 portava a 10 settimane (un
mese prima e 6 settimane dopo il parto) il periodo di astensione obbligatoria dal
lavoro; inoltre garantiva alle lavoratrici gestanti e puerpere uno speciale
trattamento protettivo in materia di orario di lavoro e di lavori pesanti. La più
rilevante innovazione introdotta dalla nuova legge per la tutela delle lavoratrici
madri consisteva nel divieto di licenziamento delle donne durante il periodo di
astensione obbligatoria dal lavoro. Mentre assicurava alle lavoratrici madri un
periodo di stabilità nel posto di lavoro, la legge del 1934 cambiava anche il titolo
del sussidio, nella precedente legge era un trattamento di disoccupazione, invece
divenne con la nuova legge, un trattamento di maternità. Non sembra necessario,
in questa sede, spiegare le ragioni politiche per cui la costituzione democratica e
repubblicana, entrata in vigore nel 1948, ha introdotto il principio generale
dell’eguaglianza giuridica fra uomini e donne. Accanto al principio generale di
eguaglianza (art. 3) la costituzione (art. 37) sancisce che “la donna lavoratrice ha
gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al
lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua
essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale,
adeguata protezione”. In ogni caso, la problematica formulazione dell’art. 37 cost.
non diede luogo a molte discussioni, probabilmente perché la prescrizione
dell’uguaglianza non trovava applicazione concreta. Le donne continuavano a
ricevere salari più bassi di quelli maschili, anche quando svolgevano le stesse
mansioni. Il matrimonio e la maternità significavano spesso il
licenziamento. Finalmente, la legge 9 gennaio 1963, n. 7 vietò il licenziamento
delle lavoratrici per causa di matrimonio. La legge 30 dicembre 1971, n. 1204,
attualmente in vigore, ha riformato la legge del 1950. La tutela delle lavoratrici
madri attualmente consiste di queste misure: durante la gravidanza e nei 7 mesi
successivi al parto la lavoratrice non può essere adibita ai lavori pesanti,
pericolosi o insalubri elencati nel regolamento di attuazione della legge; qualora la
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lavoratrice fosse in precedenza adibita ad uno dei lavori vietati, deve essere
spostata ad altra mansione. La durata del periodo di astensione obbligatoria dal
lavoro è di 5 mesi (due mesi antecedenti la data presunta del parto e tre mesi
successivi al parto); l’Ispettorato del lavoro può tuttavia imporre un ulteriore
periodo di astensione obbligatoria, ove lo ritenga necessario per salvaguardare la
salute della lavoratrice. Il divieto di licenziamento copre l’intero periodo della
gravidanza e del puerperio, fino al raggiungimento di un anno di età del bambino.
La lavoratrice licenziata durante il periodo nel quale opera il divieto ha diritto di
ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro. L’indennità per il periodo di
astensione obbligatoria dal lavoro è pari al 8% della retribuzione. Altre misure
introdotte dalla nuova legge di tutela delle lavoratrici madri hanno particolare
riguardo al problema dell’assistenza del bambino. Così la lavoratrice madre può,
dopo il parto, protrarre l’astensione dal lavoro fino ad un massimo di 6 mesi. Per
questo periodo di astensione facoltativa dal lavoro, l’indennità equivale al 30%
della retribuzione. La lavoratrice madre ha, inoltre, il diritto di assentarsi dal
lavoro in caso di malattia dei figli di età inferiore ai 3 anni. Questi permessi non
sono retribuiti. Fino a quando il bambino non abbia raggiunto l’età di un anno la
lavoratrice madre gode, infine, di due turni giornalieri di riposo.
Le molestie sessuali sui luoghi di lavoro sono un fenomeno rilevante nel nostro
Paese secondo un’indagine Istat ormai risalente nel tempo. Numerosi sono i casi
di donne molestate al lavoro costrette a dimettersi, incentivate a lasciare il lavoro,
obbligate al trasferimento in altre unità produttive. Al contrario il molestatore,
spesso un superiore gerarchico, rimane saldamente al proprio posto. E’ proprio
questa la normalità: chi viene molestato di regola perde il posto di lavoro o viene
trasferito altrove perdendo, la propria professionalità. Perché si tende a
proteggere il molestatore che è (di regola) seriale e probabilmente ha già molestato
in passato e lo farà in futuro? La domanda è certamente pertinente in quanto chi
molesta non solo viola la dignità della persona (e questo è più che sufficiente per
decidere da quale parte stare), ma attenta alla produttività dell’azienda. Chi
molesta non lavora, non fa lavorare la propria vittima e mette in difficoltà tutti
coloro che assistono e lavorano in un clima caratterizzato dai soprusi. Molti
ignorano cosa significhi veramente molestare sessualmente una lavoratrice o un
lavoratore, così come in molti tendono a minimizzare gli effetti che questo tipo di
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violenza causa alle vittime. L’art. 26 del decreto legislativo 198 del 2006 definisce
molestie quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in
forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità
di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile,
degradante, umiliante o offensivo. Le caratteristiche fondanti la molestia sono
indicate chiaramente dalla norma: è necessario analizzare il punto di vista del
molestato e non quello del molestatore; è inutile indagare sulla motivazione che
spinge un soggetto a molestare: se l’effetto del comportamento è la violazione della
dignità di una persona si tratta certamente di molestia. La casistica è triste ed
infinita: pesanti commenti sul corpo delle donne, pacche sul sedere, invio di
materiale pornografico o di materiale a chiaro contenuto sessuale, inviti a cena
reiterati ed indesiderati, gesti volgari, allusioni sessuali, messaggi a sfondo
sessuale sul telefonino, per fare solo alcuni esempi. Ebbene, ancora oggi, davanti
a casi di evidente violazione della dignità di una persona all’interno dei luoghi di
lavoro, invece che agire contro chi molesta, si continuano a
registrare insostenibili tentativi di banalizzare tali comportamenti cercando di
catalogarli come atti goliardici, provocando così un’ulteriore umiliazione per la
vittima.
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NEGAZIONE DEI DIRITTI UMANI PER LE DONNE NEL MONDO
-Infibulazione
In Africa dicono: «Come una colomba… ». È la vulva delle donne infibulate.
Cucita, liscia e piatta. Con due piccoli buchi: uno per l’urina e uno per il sangue
mestruale. Più i buchi sono piccoli, maggiore è la purezza della donna.
Il termine “infibulazione” deriva dal latino fibula, la spilla usata per tenere fermo
il mantello. L’infibulazione viene effettuata in un’età che va dai tre mesi ai 15 anni
ed è nata circa 4.000 anni fa e può essere definita come una procedura
interreligiosa, dal momento che non appartiene in specifico ad una religione, ma è
una tradizione diffusa in diversi paesi, ed è praticata in società di religione
islamica, cattolica, ebraica, politeista e allo stesso tempo condannata in ognuna
di esse. In realtà è una tortura difesa dai popoli stessi: non c’è movimento a
favore dei diritti umani che non abbia trovato opposizioni culturali ad ogni
tentativo di cambiamento. Ci sono catene quasi impossibili da spezzare: non solo
nei villaggi sperduti, lontani dalla civiltà ma anche nel cuore delle grandi
metropoli, per esempio in America e in Europa, e ovunque gli immigrati abbiano
portato le loro usanze e tradizioni. L’infibulazione è una mutilazione
genitale praticata in 40 paesi del mondo, dal Medio Oriente al nord Africa, viene
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oggi eseguita prevalentemente nei paesi musulmani, anche se non in tutti. È
diffusa in molte zone dell’Africa sub-sahariana, in quasi tutta l’Africa occidentale,
nella parte meridionale della penisola araba e in alcune aree del sud-est asiatico e
dell’America del Sud. E non riguarda solo poche donne che vivono in sperduti
villaggi, ma anche quelle che abitano nelle grandi metropoli. In tutto il mondo si
stima che 140 milioni di bambine e donne siano vittime delle mutilazioni genitali.
Inoltre che 180.000 ragazze e giovani donne provenienti da famiglie immigrate
siano a rischio di mutilazione genitale femminile in Europa. In Italia vivono
almeno 39.000 donne e bambine immigrate mutilate ai genitali.
Le Mutilazioni Genitali Femminili riguardano tutte le pratiche che comportano la
parziale o totale rimozione degli organi genitali femminili esterni, non per ragioni
mediche. La pratica danneggia la salute e il tessuto genitale femminile, causando
delle interferenze con le naturali funzioni dell’organismo femminile. Inoltre è
molto dolorosa e ha effetti sulla salute sia a breve sia a lungo termine, tra cui
problemi durante il parto.
Le Mutilazioni Genitali Femminili o MGF si praticano in molte zone del mondo per
varie ragioni:
 Tradizioni della comunità
 Salvaguardia della verginità delle ragazzine
 Accettazione da parte della società e soprattutto del futuro marito
 Errata convinzione che la MGF faciliti una maggiore igiene
 A garanzia dell'onore della famiglia
 Errata convinzione che determini un aumento della fertilità
Le donne che hanno subìto le mutilazioni genitali:
 Hanno maggiori probabilità di morire di parto
 Hanno maggiori probabilità di partorire un bambino già morto
 Sono più soggette ad avere una fistola
 Sono più soggette ad avere infezioni all'utero, alla vagina e malattie
infiammatorie pelviche
21
 Sono più soggette ad avere problemi psicologici dovuti al trauma della
mutilazione
 Riscontrano gravi danni al sistema riproduttivo e significative disfunzioni
sessuali
Al momento del matrimonio la cicatrice sarà tagliata, per permettere il rapporto
sessuale e il parto. Dopo ogni parto, una nuova infibulazione: i monconi delle
grandi labbra vengono ricuciti. A seconda delle tradizioni, può essere asportata
anche la clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi.
L’infibulazione in passato, ma ancor oggi nelle zone meno civilizzate, era praticata
senza nessun tipo di anestetico. La bimba veniva immobilizzata e tenuta con le
gambine aperte. Si usavano coltelli, pezzi di vetro o lamette per tagliare, spine di
acacia per suturare e cannucce di bambù per formare le aperture. I canti
coprivano le urla delle piccole. Dopo la sutura, le gambe venivano legate finché la
ferita non si richiudeva. L’invasività della pratica e la mancanza di igiene
trasformava il periodo successivo in un crescendo di sofferenza. Il dolore delle
donne infibulate sarà il compagno della loro vita e le normali funzioni del corpo
diventeranno estremamente difficoltose e le infezioni si susseguiranno continue,
la maternità si trasformerà in un’esperienza molto difficile.
Donne complici: la legge dei padri è tramandata dalle madri
Le donne che appartengono a queste culture di solito non rifiutano l’infibulazione:
anzi, sono complici nel trasmetterla alle figlie. La mutilazione genitale non viene
infatti praticata dagli uomini alle donne. Sono le donne stesse a praticarla ad
altre donne. Madri che sacrificano ad una tradizione imposta dai padri la salute,
il benessere e la serenità delle loro bambine. Intrise di valori patriarcali,
considerano se stesse “degne” solo se la vulva è cucita. Alle bambine che
piangono viene detto di smetterla, di non gridare: «Se piangi» è questo il
messaggio «non sei degna di tuo padre». La tradizione culturale porta le donne
stesse a non considerare questa pratica un’orrenda mutilazione, ma un rito di
iniziazione, il passaggio che le fa diventare donne. Esiste una profonda pressione
culturale a monte della mutilazione genitale. Così forte da spingere le bambine ad
attendere impazienti il momento in cui verranno “ripulite”. Una donna non
22
infibulata è considerata “impura”: come tale, esclusa dal gruppo sociale, dalla
famiglia, da tutto. L’infibulazione diventa un marchio di appartenenza: «Ora sei
una donna» dicono le altre alla bambina a cui è appena stato fatto “il lavoro”.
Vero e proprio lasciapassare, è un processo di riconoscimento della propria
identità personale, altrimenti cancellata e respinta. Quando leggiamo le storie e le
testimonianze che riguardano le mutilazioni genitali si raggriccia la pelle.
Sentiamo i nostri visceri contorcersi dall’orrore e uno stupore confuso
attraversarci la mente: «Ma come, come è possibile accettare una tortura simile?
Quale donna lo farebbe di sua iniziativa? Quale donna taglierebbe con un coltello
i genitali di una bambina, facendola urlare per il dolore, condannandola a una
vita mutilata, legandola per sempre ad una sofferenza che non avrà fine?».
Eppure accade. Qui la mente si ferma: rabbiosa, impotente, sconcertata. Nessuna
donna sulla terra può essere insensibile al dolore inferto su un’altra donna.
Peggio, su una bambina. Invece sì, può esserlo, se “è convinta” che ciò sia giusto.
Se è il modo per farsi accettare, per sopravvivere. Oppure, quando non è
questione di sopravvivenza, se è convinta che questo è il modo di essere donna.
Vittime di un orrore senza tempo, queste donne portano inciso nel corpo quello
che le madri hanno fatto a loro. E così da millenni. Un’orrenda barbarie, nel
rispetto delle tradizioni maschiliste. Dove la donna è stata talmente allontanata
da se stessa da essere lei quella che la trasmette. È la legge dei padri trasmessa
dalle madri.
Ma a cosa serve? Donna così ti domino
Quali gli scopi dell’infibulazione? Innanzitutto la tutela della verginità per l’uomo
a cui la donna è destinata. Una donna infibulata è una donna che arriva “pura” al
matrimonio. Una volta sposata, è il marito che con il coltello taglia la cicatrice,
per penetrarla. Con l’infibulazione una donna diventa merce protetta. Poi
il controllo della sessualità femminile: I rapporti sessuali non saranno più fonte di
piacere per la donna. Una donna che subisce la mutilazione genitale viene privata
per tutta la vita del diritto di vivere la propria sessualità. Gli organi amputati non
potranno mai più venire ricostruiti, né potrà essere ripristinata la sensibilità
erogena di un apparato così devastato. L’infibulazione ha anche lo scopo di
impedire alla donna di masturbarsi. È un’aberrazione che nasce dal bisogno delle
23
società patriarcali di negare e controllare in tutto e per tutto la sessualità
femminile. Una donna infibulata è marchiata per sempre: per tutta la vita non
saprà mai cos’è un orgasmo. Non proverà eccitazione e nemmeno piacere.
È il dogma senza tempo dei codici patriarcali: reprimere la sessualità femminile e
la forza che essa può dare alle donne.
Dobbiamo sapere: tutte devono conoscere questa realtà
“Sono altre realtà, altre tradizioni, altre culture” potremmo dire. Ma questo non
significa che non dobbiamo sapere. Che non dobbiamo prendere atto di violenze
assurde che ancora oggi vengono praticate. È un nostro dovere di donne.
Di ogni donna. Sapere e fare qualcosa per aiutare le altre, quelle più deboli e
indifese, quelle più bisognose di aiuto. Risvegliare la nostra sensibilità di donne è
un atto di civiltà. Oltre che di solidarietà umana. Ci fa uscire dall’indifferenza.
Prendere coscienza di certe atrocità, diffondere queste informazioni, dare il
supporto a chi si impegna per opporsi a tradizioni che feriscono le donne nel
corpo e nell’anima, è un atto di responsabilità, oltre che di compartecipazione.
Per le bambine, le ragazze e le donne che ancora oggi subiscono il peso di queste
leggi che tolgono ogni libertà.
24
25
-Burqa
Il burqa o burka è un capo d'abbigliamento per lo più usato dalle donne
in Afghanistan e in Pakistan. Il burqa è l'arabizzazione della parola persiana
purda (parda) che significa "cortina", "velo”.
Caratteristiche:
Il termine burqa individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo
fissato al capo che copre l'intera testa, permettendo di vedere solamente
attraverso una finestrella all'altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi
scoperti, o che lascia scoperti occhi e bocca, che rimane però coperta da una
sorta di mascherina come nel cosiddetto bandar burqa. L'altra forma,
chiamata burqa completo o burqa afghano, è un abito solitamente di
colore nero o blu, che copre sia la testa sia il corpo. All'altezza degli occhi può
anche essere posta una retina che permette di vedere parzialmente senza scoprire
gli occhi della donna. L'obbligo di indossare il burqa appare conseguenza di
tradizioni locali, indipendenti dalle prescrizioni religiose dell'Islam; infatti nelle
norme coraniche ci si limita a imporre l'obbligatorietà del velo:
« E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare,
dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin
sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri,
ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei
loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono,
ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno
interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare
gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché
possiate prosperare. »
Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all'inizio del 1890 durante il regno
di Habibullah Kalakānī, che lo impose alle duecento donne del suo harem, in
modo tale da "non indurre in tentazione" gli uomini quando esse si fossero trovate
fuori dalla residenza reale. Divenne così un capo per le donne dei ceti superiori,
da usare per essere protette dagli sguardi del popolo.
26
Prerogativa dei più abbienti fino agli anni '50, successivamente gli stessi ceti
elevati cominciarono a non farne più uso, ma nel frattempo era diventato un capo
ambito anche dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò
l'uso alle pubbliche dipendenti. Durante la guerra civile venne instaurato un
regime islamico e quindi sempre più donne tornarono a indossarlo, fino al divieto
assoluto di mostrare il volto imposto a tutte le donne dal successivo regime
teocratico dei ṭālebān.
27
28
-Sotto il burqa
Sotto il burqa è un libro scritto da Deborah Ellis e racconta di una ragazza di
undici anni di nome Parvana che vive a Kabul con i suoi genitori, le sue due
sorelle e suo fratello di due anni. La sua vita è normale fino all’arrivo dei Talebani
che col loro regime costringono le donne del posto a lasciare la scuola, gli amici, e
anche di non uscire di casa se non accompagnate da un uomo. Entrambi i
genitori sono laureati, suo padre legge e scrive lettere per la gente analfabeta del
posto, lavora al mercato e vende abiti e oggetti vecchi, affiancato da Parvana
perché ha perso una gamba. Una notte i Talebani rinchiudono il padre di Parvana
in carcere senza motivi apparenti, da qui cominciano a vivere una situazione
molto difficile e disperata. Un giorno Parvana e la madre cercano di liberare il
padre, ma vengono scoperte e picchiate, senza nemmeno essere riuscite ad avere
notizie del padre. Una sera si reca in visita a casa della famiglia di Parvana la
signora Weera, una vecchia amica della madre, qui con l’aiuto di Weera decidono
di travestire Parvana da ragazzo per permetterle di lavorare, visto che alle donne
non era permesso. Ricominciando il lavoro del padre incontra una sua vecchia
compagna di classe, Shauzia, anche lei camuffata da ragazzo per aiutare la sua
famiglia economicamente. In seguito la madre decide di portare Nooria, la sorella
maggiore di Parvana a Mazar, per permetterle di sposarsi, continuare gli studi e
potersi muovere senza l’obbligo del velo. Una sera Parvana incontra una ragazza
proveniente da Mazar, appena scappata per l’arrivo dei talebani. Il giorno
seguante il padre di Parvana viene rilasciato e lei decide di raccontargli cos’era
successo la sera prima con la ragazza scappata, così insieme fuggono per cercare
un rifugio sicuro per loro e la loro famiglia. Parvana deve lasciare tutti i suoi
familiari e amici.
29
30
-Oppressione e femminicidio in Cina e India
In India e Cina, l’uso degli ultrasuoni a basso costo è regolato per la pratica
comune di determinare selettivamente il sesso del feto e poi abortire feti di sesso
femminile. In Cina, la legge sul figlio unico in combinazione con una preferenza
per i figli maschi ha portato al feticidio femminile, ciò ha determinato il varo della
legge per vietare l’uso della tecnologia per determinare il sesso del feto prima della
nascita. Apparentemente la legge è difficile da applicare, così il feticidio specifico
del sesso continua. In India le stime prudenti del numero di feti femminili
abortiti sono state di circa 250.000 l’anno, nonostante le campagne del governo
per incoraggiare la valorizzazione delle bambine. Il problema persiste per ragioni
economiche e sociali, in India quando una donna si sposa per tradizione deve
offrire una dote ragguardevole alla famiglia dello sposo. Ci sono leggi
contro l’obbligo della dote ma non ha risolto il problema. Le donne rispetto agli
uomini svolgono lavori meno prestigiosi e guadagnano salari più bassi. La donna
dopo il matrimonio abitualmente si trasferisce a casa del marito, da quel
momento non è più disponibile a prendersi cura dei propri genitori. E’
più conveniente ottenere un’ecografia ostetrica in India che negli Stati Uniti, ma il
divario del costo della vita è tutto a sfavore dell’India: ottenere un aborto è
relativamente poco costoso, in realtà è proibitivo per le tante famiglie povere che
non hanno soldi. E’ molto meno costoso avere il bambino, abbandonarlo o
ucciderlo. L’infanticidio femminile è abbastanza comune in India. L’Atlantic
Monthly in un articolo ha esaminato questo problema e alcune strategie per
affrontarlo, come l’utilizzo di luoghi sicuri dove i bambini possono essere lasciati
per essere curati e adottati. General Electric Healthcare, a livello mondiale la
società che fornisce tecnologie e servizi per la radiologia, cardiologia
e ostetricia/ginecologia, è stato severamente criticato per figurare come complice
nella determinazione del sesso dei feti. L’accusa è che sono legalmente
responsabili per come le loro apparecchiature sono utilizzate in contrasto con la
legge del 2004 sul divieto della discriminazione sessuale prenatale. Il tentativo
di disciplinare l’utilizzo degli ultrasuoni per l’ecografia al fine di ridurre l’aborto di
feti femminili è destinato al completo fallimento. E’ troppo facile fare
un’ecografia e vedere i genitali di un feto, certamente una famiglia
economicamente agevolata può organizzarsi per “avvicinare” un tecnico della
31
clinica per avere informazioni ecografiche sul sesso del bambino. Ci sono anche
mezzi genetici, sempre più facili e più convenienti per determinare il sesso.
L’aborto specifico sul sesso è una procedura illegale in India e in Cina, così una
parte significativa di tali aborti sono praticati in modo insicuro, mettendo a
rischio la vita della madre. Le donne che non possono permettersi un
aborto spesso prendono pillole o veleni per interrompere la loro gravidanza,
rischiando non solo la propria salute, ma anche quella del loro bambino nel caso
dovesse sopravvivere. Chiaramente la maggior parte delle donne capisce questi
rischi, legali e fisici e ancora tentano di terminare le loro gravidanze. In India e
Cina il termine di questo femminicidio nel grembo materno porterà efficaci
cambiamenti sociali sempreché sarà eliminato l’obbligo della pesante dote e
migliorata la condizione lavorativa delle donne.

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  • 1. Esame di qualifica Corso professionale della ristorazione Preparazione pasti - III C STORIE DELLA BUONA NOTTE PER BAMBINE RIBELLI: Giordana Caiani Relatrice: Prof.ssa Francesca Palminiello Anno scolastico 2016/2017
  • 2. INTRODUZIONE INTRODUZIONE AL LIBRO I DIRITTI DELLE DONNE, TRA POLITICA, ETICA E LAVORO -Diritto al voto -Diritto al divorzio -Diritto all’aborto -Donne sul posto di lavoro NEGAZIONE DEI DIRITTI UMANI PER LE DONNE NEL MONDO -Infibulazione e burqa -Malattie a trasmissione sessuale -Sotto il burqa -Oppressione e femminicidio Cina e India
  • 3. 1 INTRODUZIONE Ho scelto questa tesi perché nonostante la parità dei sessi, le “conquiste” fatte dalle donne sono tutt’ora segnate da pregiudizi. Cura della famiglia, debolezza, sensibilità, l’essere fragili, sono tutte caratteristiche che si “appioppano” esclusivamente alle donne. Eppure nel corso della storia sono tante le donne che si sono battute e hanno mostrato forza, coraggio e sicurezza per i propri ideali. Da qui la scelta di presentare un libro come STORIE DELLA BUONANOTTE PER BAMBINE RIBELLI. Libro che racconta la forza delle donne con la semplicità di una favola. Libro rivolto alle bambine di oggi che invece di riconoscersi solo nelle principesse da salvare, possono diventare loro stesse le reali protagoniste dei loro sogni. Secondo me oggi ci sono ideali “errati” di femminismo. Vedo tante donne che si definiscono emancipate per come si vestono e per il loro definirsi libere, ma quante poi ottengono il risultato opposto. Il rischio è cadere in una stigmatizzazione della loro immagine e in un uso inappropriato dei risultati che negli ultimi tempi si sono ottenuti. INTRODUZIONE AL LIBRO “C'era una volta... Una principessa? Macché! C'era una volta una bambina che voleva andare su Marte. Ce n'era un'altra che diventò la più forte tennista al mondo e un'altra ancora che scoprì la metamorfosi delle farfalle. Da Serena Williams a Malala Yousafzai, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo, da Margherita Hack a Michelle Obama, sono 100 le donne raccontate in queste pagine e ritratte da 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo. Scienziate, pittrici, astronaute, sollevatrici di pesi, musiciste, giudici, chef... Esempi di coraggio, determinazione e generosità per chiunque voglia realizzare i propri sogni.” Si tratta di un progetto ambizioso tutto al femminile, scritto e illustrato da donne straordinarie che hanno raccontato le storie di donne altrettanto straordinarie, le quali hanno fatto della propria diversità motivo di orgoglio. Quello di Elena Favilli e Francesca Cavallo è in effetti, un viaggio nelle vite di personaggi cardine della
  • 4. 2 storia femminile: indipendenti, a volte controversi, ma le cui azioni hanno comunque la capacità di ispirare non solo le nuove, ma anche le vecchie generazioni. Ispirare a sognare forte, anzi fortissimo, senza timore di essere la voce fuori dal coro. Perché a volte l'essere in disaccordo con la visione che il mondo ha di noi può generare risultati incredibili. Le vicende di cento guerriere che hanno preso a morsi la vita, ridendo in faccia alla paura, scegliendo la strada più complessa per realizzare i propri sogni. Sogni che il mondo credeva troppo ambiziosi, difficili, inappropriati, ma che loro hanno deciso di curare e proteggere. Impossibile non rimanere incantati dalle vittorie ottenute da donne che non si sono arrese, lottando contro gli ostacoli e i giudizi a cui la vita le ha sottoposte per il semplice fatto di appartenere al genere femminile.
  • 5. 3 I DIRITTI DELLE DONNE, TRA POLITICA, ETICA E LAVORO -Diritto al voto Il traguardo del diritto di voto è il risultato di un lungo percorso attraverso la trasformazione della condizione, del ruolo e dell’immagine della donna nel XIX e nel XX secolo. La battaglia per il suffragio femminile è costata alle poche donne in prima linea, sacrifici personali, vessazioni e disprezzo. In Italia per legge la donna era ritenuta incapace e quindi soggetta alla tutela dell’uomo. Aveva bisogno dell’autorizzazione maritale per donare, alienare beni immobili, non poteva gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, non aveva il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né quello ad essere ammessa ai pubblici uffici. La conquista dell’uguaglianza giuridica e la parità dei diritti, sarà frutto di un cammino lento, irto di ostacoli, in un periodo di grandi avvenimenti storici che coinvolgeranno le donne come mai si era visto prima. Tra i molti obiettivi del femminismo, oltre al miglioramento del livello di istruzione e della condizione socio-economica femminile, a smuovere animi e coscienze è il diritto di voto; la battaglia delle donne s’inserirà nella vivace discussione per il suffragio universale e nel 1906, Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Giacinta Martini Marescotti e altre firmatarie, presentano al Parlamento una petizione per chiedere il diritto di voto per le donne. Nello stesso anno altre attiviste ottengono l’iscrizione alle liste degli
  • 6. 4 elettori politici in alcuni comuni, poi annullate dalle varie corti di appello. Il movimento per l’emancipazione della donna si fa strada e cerca di organizzarsi. Un passo significativo è il Primo Congresso Femminile che nel 1908 apre i suoi lavori al cospetto della Regina e della principessa Laetitia. Seguito con grande eco dalla stampa dell’epoca, affronta le questioni imperanti per la condizione delle donne: il lavoro, l’istruzione, la salute, i diritti politici, oltre a ribadire l’impegno del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane contro lo sfruttamento della prostituzione, la tratta delle bianche e la violenza sulle donne. Il Congresso vede anche nascere un coordinamento nazionale delle molteplici voci dell’associazionismo femminile, anche se grande assente è l’Unione Femminile milanese, presente solo alla seduta indetta dal Comitato Nazionale Pro-Suffragio, sottolineando così i contrasti tra le attiviste che determineranno la scissione delle donne cattoliche e la creazione dell’Unione Femminile Cattolica. Col sopraggiungere della Grande Guerra la realtà quotidiana della donna cambia profondamente, si affacciano nuove necessità e le italiane sono chiamate a sostituire gli uomini mandati al fronte. Matilde Serao nel suo Parla una donna: diario femminile di guerra, richiama l’attenzione sul contributo femminile di tutte le classi sociali, nonostante a guerra finita le donne verranno licenziate in massa per far posto ai reduci di guerra, il loro impegno verrà riconosciuto anche dal Parlamento e con l’abrogazione dell’autorizzazione maritale le donne guadagnano nel 1919 l’emancipazione giuridica. Pochi anni dopo è il deputato Giuseppe Emanuele Modigliani a perorare la causa femminile e propone di estendere alle donne le leggi in vigore sul voto, a bloccare ogni discussione politica è la Marcia su Roma. Mussolini, si schiera a favore del suffragio femminile e con la legge Acerbo concede il voto alle decorate, alle madri di caduti, a coloro che esercitassero la patria potestà, che avessero conseguito il diploma elementare, che sapessero leggere e scrivere e pagassero tasse comunali pari ad almeno 40 lire annue. Anche se la successiva abolizione delle elezioni, si traduce in un nulla di fatto per l’agognato voto femminile. É con la Resistenza partigiana che le donne italiane si appropriano di una nuova identità, scardinando i tradizionali ruoli combattono sul campo al fianco degli uomini, condividendo ideali e pericoli. Informatrici, staffette, indispensabili collegamenti tra le brigate partigiane e la città, iniziano una vera e propria rivoluzione sociale che porterà non solo al
  • 7. 5 traguardo del voto ma alla rivendicazione di nuovi diritti e spazi nella vita sociale e politica del Paese. In Italia le donne furono considerate cittadine al pari degli uomini solo alla fine della Seconda guerra mondiale, il 10 marzo del 1946. La loro prima occasione di voto non fu il referendum del 2 giugno 1946 per scegliere tra monarchia e repubblica, come pensano in molti, bensì le amministrative di qualche mese prima, quando le donne risposero in massa e l’affluenza superò l’89 per cento. Circa 2 mila candidate vennero anche elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra. La stessa partecipazione ci fu per il referendum del 2 giugno. Le donne elette alla Costituente furono 21 su 226 candidate, pari al 3,7 per cento: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito Comunista, 2 del Partito Socialista e una dell’Uomo Qualunque. Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea per scrivere la nuova proposta di Costituzione. Il primo paese al mondo a decidere il suffragio femminile è stato la Nuova Zelanda nel 1893, seguita dall’Australia, i paesi scandinavi, la Russia (con la Rivoluzione d’Ottobre), la Gran Bretagna e la Germania dopo la Prima guerra mondiale e gli Stati Uniti nel 1920. Il 30 gennaio del 1945 con l’Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto l’occupazione tedesca, durante una riunione del Consiglio dei ministri si discusse del suffragio femminile che venne sbrigativamente approvato come qualcosa di ovvio o, a quel punto, di inevitabile. Il decreto fu emanato il giorno dopo: potevano votare le donne con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati».
  • 8. 6
  • 9. 7
  • 10. 8 -Diritto al divorzio Il divorzio in Italia viene introdotto per regolamentare una pratica tollerata ma fuori dalla legge che vedeva gli uomini separarsi di fatto dalle mogli costituendo una seconda famiglia di fatto, anche con prole. Tra i tanti casi noti ricordiamo quello di Corrado Pani sposato con Renata Monteduro che ebbe un figlio con Mina Mazzini (1963). Monteduro sporse denuncia per concubinaggio ma ormai Pani aveva un figlio con un’altra donna essendo ancora sposato con lei. La legge sul diritto familiare, promulgata nel 1940 da Mussolini, lasciava al marito, il capofamiglia, ampio margine decisionale e il reato di abbandono del tetto coniugale era un deterrente più per le mogli che per i mariti. Il divorzio e il referendum abrogativo: Il 1º dicembre 1970 il divorzio diventa legge (898/1970) nonostante l’opposizione della Democrazia Cristiana, del Movimento Sociale Italiano e di altri partiti. I partiti contro il divorzio, come la Dc, presentavano il divorzio come “la rovina per le famiglie” con argomentazioni analoghe a quelle usate nel 2016 per contrastare il riconoscimento delle unioni omosessuali. Nel 1974 la legge viene sottoposta a quesito referendario abrogativo (errata la convinzione di molte persone che il referendum servì a istituire il divorzio) con il sostegno dell’Azione Cattolica, l’appoggio esplicito della Cei, di gran parte della Dc e del Msi. I No all’abrogazione raggiungono il 59,3% dei voti voti, mentre i Sì raggiunsero il 40,7%. Un risultato che mostrava un paese diviso, con una grossa fetta di persone, uomini e donne, che mal sopportavano l’auto emancipazione, femminile quanto maschile. Dalla separazione prima del divorzio al divorzio breve: La legge del 1970 prevedeva cinque anni di separazione prima del divorzio vero e proprio durante i quali si poteva cambiar idea e ricostituire il nucleo familiare. Il periodo obbligatorio di separazione è stato abbreviato con diversi interventi legislativi (leggi 436/1978, 74/1987, 162/2014) fino ad arrivare all’odierno
  • 11. 9 divorzio breve (legge 55/2015): oggi per divorziare bastano 6 o 12 mesi a seconda se il divorzio sia consensuale o no. I divorzi oggi: Dal versante dei divorzi l’introduzione del “divorzio breve” ha fatto registrare un consistente aumento, nel 2015 sono stati 82.469 (+57% sul 2014). sempre nel 2015 più contenuto è stato l’aumento delle separazioni, 91.706 (+2,7% rispetto al 2014). Nel 2015 poco più della metà delle separazioni (54,0%) e il 39,1% dei divorzi riguardano matrimoni con almeno un figlio o una figlia minori di 18 anni. Le separazioni con prole in affido condiviso sono circa l’89%. Nelle separazioni, il 52,9% della prole affidata ha meno di 11 anni mentre nei divorzi la prole è generalmente più grande: la quota di quella al di sotto degli 11 anni scende al 32,3% del totale. Le unioni di fatto: Sempre secondo l’Istat sono in aumento costante le cosiddette unioni libere che possono costituire una premessa a un successivo matrimonio ma che spesso costituiscono un modello del tutto alternativo. Le unioni libere sono più che raddoppiate dal 2008, superando il milione nel 2013-2014. Le convivenze more uxorio tra partner celibi e nubili (che cioè non sono impedite al matrimonio da matrimoni precedenti ancora in atto) arrivano a 641mila nel 2013-2014 e sono cresciute quasi 10 volte rispetto al 1993-1994. All’interno delle unioni libere si fanno sempre più figli e figlie: nel 2014 il 25% della prole nata ha genitori non coniugati.
  • 12. 10 -Diritti sull’aborto La legge italiana che regola l'accesso all'aborto è la Legge 22 maggio 1978, n. 194, approvata dal parlamento dopo vari anni di mobilitazione per la decriminalizzazione e regolamentazione dell'interruzione volontaria di gravidanza da parte del Partito Radicale e del Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto (CISA), che nel 1976 avevano raccolto oltre 700.000 firme per un referendum, per l'abrogazione degli articoli del codice penale riguardanti i reati d'aborto su donna consenziente, di istigazione all'aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Solo l'anno precedente il referendum sul divorzio aveva mostrato la distanza tra l'opinione pubblica e la coalizione a guida democristiana al governo. La Corte Costituzionale inoltre nel 1975 consentiva il ricorso all'aborto per motivi molto gravi. La legge 194 consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica. La legge 194 istituisce inoltre i consultori come istituzione per l'informazione delle donne sui diritti e servizi a loro dovuti, consigliare gli enti locali, e contribuire al superamento delle cause dell'interruzione della gravidanza. La legge stabilisce che le generalità della donna che ricorre all'IVG rimangano anonime. Il ginecologo può esercitare l'obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l'intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo" (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all'ospedale per una successiva adozione e restare anonima. Questa legge è stata confermata dagli elettori con una consultazione referendaria il 17 maggio 1981.
  • 13. 11 -Donne sul posto di lavoro In tutta Europa nel secolo scorso, la legislazione è stata messa in atto per garantire che le donne hanno dei diritti sul posto di lavoro. Nei tradizionali settori di occupazione femminile come l'assistenza all'infanzia, segreteria e di servizio, il cambio di settori e di retribuzione sono bassi e il lavoro è spesso a tempo parziale. Le donne sperimentano una retribuzione inferiore rispetto agli uomini in tutte le professioni e tutti i settori e sono in una posizione di particolare svantaggio. La predominanza di donne nel lavoro a part time può compromettere la capacità di guadagno, il lavoro a part time è spesso associata a guadagni orari inferiori. Una recente ricerca da parte della Commissione Pari Opportunità mostra che le donne che lavorano a tempo pieno guadagnano in media l’ 82% della retribuzione oraria degli uomini a tempo pieno, contro il 69% nel 1971. Peggio ancora il divario tra le retribuzioni orarie di donne che lavorano a tempo parziale e di uomini che lavorano a tempo pieno è del 39%. Le lavoratrici a tempo parziale ricevono solo il 61% della retribuzione oraria maschile a tempo pieno. La storia della legislazione italiana sul lavoro delle donne può essere divisa, grosso modo, in tre periodi. Il primo periodo è caratterizzato da norme di tutela del lavoro femminile, riguardanti la maternità, l’orario e le condizioni di lavoro. La legislazione protettiva risale gli inizi di questo secolo; nuove leggi, più intensamente protettive delle precedenti, vennero emanate durante il ventennio fascista. Dopo la seconda guerra mondiale, la Costituzione, entrata in vigore nel 1948, ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico il principio di eguaglianza, prescrivendo la parità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici, art.37. L’ultimo periodo della storia della legislazione italiana sul lavoro delle donne si inizia con la legge 9 dicembre 1977, n.903. La legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro ha sconvolto il tradizionale assetto della legislazione sul lavoro femminile. Ispirandosi alla legislazione antidiscriminatoria vigente in altri paesi, il legislatore italiano ha abrogato le previgenti norme protettive; restano salve le disposizioni della legge 30 dicembre 1971, n.1204 sulla tutela delle lavoratrici madri. Nei paesi più industrializzati il lavoro notturno, il lavoro sotterraneo nelle cave e nelle miniere erano già stati vietati alle donne e ai fanciulli al di sotto delle età comprese fra i 10 e i 14 anni. Si era inoltre provveduto a limitare l’orario di lavoro per le donne e per i fanciulli, mentre
  • 14. 12 speciali norme di tutela della maternità delle lavoratrici impedivano agli imprenditori di utilizzare le donne nei periodi immediatamente precedenti e successivi al parto. Nel nostro paese, la rapida crescita dell’industria tessile aveva trasformato un gran numero di contadini in operai; nel periodo iniziale dello sviluppo industriale le donne e i bambini erano stati i primi ad abbandonare le campagne. Dopo una lunga e inutile serie di progetti di legge, di grandi dibattiti e di dure polemiche, venne finalmente emanata, nel 1886, la legge sul lavoro dei fanciulli. La legge del 1886 non si applicava alle donne; quanto ai fanciulli, la cui età minima di ammissione al lavoro era fissata in 9 anni, la protezione legale era povera e inefficiente. La mancanza di adeguate sanzioni, l’inesistenza di strutture per il controllo e le ispezioni, le troppe eccezioni consentite alle già insufficienti restrizioni imposte dalla legge, rendevano debole l’intervento legislativo. A pochi anni dall’emanazione della legge, tutti erano d’accordo nel giudicare un fallimento il primo tentativo dello stato italiano di disciplinare il lavoro dei fanciulli. Furono necessari ancora 16 anni per emanare nuove norme protettive. Durante questo periodo di tempo, il movimento per l’emancipazione delle donne era cresciuto; sempre più numerose le lavoratrici prendevano parte agli scioperi. Il lavoro era vietato ai minori di 12 anni. Il lavoro sotterraneo ed il lavoro nelle cave e nelle miniere erano vietati ai giovani al di sotto dei 15 anni ed alle donne di qualsiasi età. La durata massima della giornata lavorativa per le donne e per i fanciulli venne fissata in 12 ore. Il lavoro notturno ed i lavori pericolosi e insalubri furono vietati per i giovani al di sotto dei 15 anni e per donne minori di 21 anni, Riguardo alla maternità delle lavoratrici, la legge del 1902 introdusse un periodo di congedo obbligatorio della durata di 4 settimane successive al parto. Ma le donne non ricevevano alcuna retribuzione durante il periodo di congedo. La tutela legale della maternità delle lavoratrici si esauriva dunque nel congedo: con le conseguenze economiche che si possono facilmente immaginare. In sostanza, il congedo per maternità equivaleva in quei tempi ad un licenziamento. Solo nel 1910 venne istituita la “Cassa di maternità”, che doveva pagare un sussidio alle lavoratrici in congedo di maternità. Tale sussidio, in cifra fissa, era basso e non proporzionato al salario effettivamente percepito dalla lavoratrice. A partire dal 1923, furono emanate una serie di misure di espulsione, dirette allo scopo di limitare l’occupazione delle donne nei pubblici servizi, ed a concentrare il lavoro
  • 15. 13 femminile nei settori marginali. Si cominciò col proibire alle donne l’insegnamento della filosofia e dell’economia nelle scuole secondarie, ed a vietare loro la direzione delle scuole medie e secondarie. Quindi, con la legge 18 gennaio 1934, n. 221, la pubblica amministrazione fu autorizzata a discriminare le donne nelle assunzioni. Nel 1938, venne proibito ai datori di lavoro sia pubblici che privati di assumere più del 10% di donne. La legge 5 luglio 1934, n. 1347 portava a 10 settimane (un mese prima e 6 settimane dopo il parto) il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro; inoltre garantiva alle lavoratrici gestanti e puerpere uno speciale trattamento protettivo in materia di orario di lavoro e di lavori pesanti. La più rilevante innovazione introdotta dalla nuova legge per la tutela delle lavoratrici madri consisteva nel divieto di licenziamento delle donne durante il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro. Mentre assicurava alle lavoratrici madri un periodo di stabilità nel posto di lavoro, la legge del 1934 cambiava anche il titolo del sussidio, nella precedente legge era un trattamento di disoccupazione, invece divenne con la nuova legge, un trattamento di maternità. Non sembra necessario, in questa sede, spiegare le ragioni politiche per cui la costituzione democratica e repubblicana, entrata in vigore nel 1948, ha introdotto il principio generale dell’eguaglianza giuridica fra uomini e donne. Accanto al principio generale di eguaglianza (art. 3) la costituzione (art. 37) sancisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale, adeguata protezione”. In ogni caso, la problematica formulazione dell’art. 37 cost. non diede luogo a molte discussioni, probabilmente perché la prescrizione dell’uguaglianza non trovava applicazione concreta. Le donne continuavano a ricevere salari più bassi di quelli maschili, anche quando svolgevano le stesse mansioni. Il matrimonio e la maternità significavano spesso il licenziamento. Finalmente, la legge 9 gennaio 1963, n. 7 vietò il licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio. La legge 30 dicembre 1971, n. 1204, attualmente in vigore, ha riformato la legge del 1950. La tutela delle lavoratrici madri attualmente consiste di queste misure: durante la gravidanza e nei 7 mesi successivi al parto la lavoratrice non può essere adibita ai lavori pesanti, pericolosi o insalubri elencati nel regolamento di attuazione della legge; qualora la
  • 16. 14 lavoratrice fosse in precedenza adibita ad uno dei lavori vietati, deve essere spostata ad altra mansione. La durata del periodo di astensione obbligatoria dal lavoro è di 5 mesi (due mesi antecedenti la data presunta del parto e tre mesi successivi al parto); l’Ispettorato del lavoro può tuttavia imporre un ulteriore periodo di astensione obbligatoria, ove lo ritenga necessario per salvaguardare la salute della lavoratrice. Il divieto di licenziamento copre l’intero periodo della gravidanza e del puerperio, fino al raggiungimento di un anno di età del bambino. La lavoratrice licenziata durante il periodo nel quale opera il divieto ha diritto di ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro. L’indennità per il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro è pari al 8% della retribuzione. Altre misure introdotte dalla nuova legge di tutela delle lavoratrici madri hanno particolare riguardo al problema dell’assistenza del bambino. Così la lavoratrice madre può, dopo il parto, protrarre l’astensione dal lavoro fino ad un massimo di 6 mesi. Per questo periodo di astensione facoltativa dal lavoro, l’indennità equivale al 30% della retribuzione. La lavoratrice madre ha, inoltre, il diritto di assentarsi dal lavoro in caso di malattia dei figli di età inferiore ai 3 anni. Questi permessi non sono retribuiti. Fino a quando il bambino non abbia raggiunto l’età di un anno la lavoratrice madre gode, infine, di due turni giornalieri di riposo. Le molestie sessuali sui luoghi di lavoro sono un fenomeno rilevante nel nostro Paese secondo un’indagine Istat ormai risalente nel tempo. Numerosi sono i casi di donne molestate al lavoro costrette a dimettersi, incentivate a lasciare il lavoro, obbligate al trasferimento in altre unità produttive. Al contrario il molestatore, spesso un superiore gerarchico, rimane saldamente al proprio posto. E’ proprio questa la normalità: chi viene molestato di regola perde il posto di lavoro o viene trasferito altrove perdendo, la propria professionalità. Perché si tende a proteggere il molestatore che è (di regola) seriale e probabilmente ha già molestato in passato e lo farà in futuro? La domanda è certamente pertinente in quanto chi molesta non solo viola la dignità della persona (e questo è più che sufficiente per decidere da quale parte stare), ma attenta alla produttività dell’azienda. Chi molesta non lavora, non fa lavorare la propria vittima e mette in difficoltà tutti coloro che assistono e lavorano in un clima caratterizzato dai soprusi. Molti ignorano cosa significhi veramente molestare sessualmente una lavoratrice o un lavoratore, così come in molti tendono a minimizzare gli effetti che questo tipo di
  • 17. 15 violenza causa alle vittime. L’art. 26 del decreto legislativo 198 del 2006 definisce molestie quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Le caratteristiche fondanti la molestia sono indicate chiaramente dalla norma: è necessario analizzare il punto di vista del molestato e non quello del molestatore; è inutile indagare sulla motivazione che spinge un soggetto a molestare: se l’effetto del comportamento è la violazione della dignità di una persona si tratta certamente di molestia. La casistica è triste ed infinita: pesanti commenti sul corpo delle donne, pacche sul sedere, invio di materiale pornografico o di materiale a chiaro contenuto sessuale, inviti a cena reiterati ed indesiderati, gesti volgari, allusioni sessuali, messaggi a sfondo sessuale sul telefonino, per fare solo alcuni esempi. Ebbene, ancora oggi, davanti a casi di evidente violazione della dignità di una persona all’interno dei luoghi di lavoro, invece che agire contro chi molesta, si continuano a registrare insostenibili tentativi di banalizzare tali comportamenti cercando di catalogarli come atti goliardici, provocando così un’ulteriore umiliazione per la vittima.
  • 18. 16
  • 19. 17
  • 20. 18
  • 21. 19 NEGAZIONE DEI DIRITTI UMANI PER LE DONNE NEL MONDO -Infibulazione In Africa dicono: «Come una colomba… ». È la vulva delle donne infibulate. Cucita, liscia e piatta. Con due piccoli buchi: uno per l’urina e uno per il sangue mestruale. Più i buchi sono piccoli, maggiore è la purezza della donna. Il termine “infibulazione” deriva dal latino fibula, la spilla usata per tenere fermo il mantello. L’infibulazione viene effettuata in un’età che va dai tre mesi ai 15 anni ed è nata circa 4.000 anni fa e può essere definita come una procedura interreligiosa, dal momento che non appartiene in specifico ad una religione, ma è una tradizione diffusa in diversi paesi, ed è praticata in società di religione islamica, cattolica, ebraica, politeista e allo stesso tempo condannata in ognuna di esse. In realtà è una tortura difesa dai popoli stessi: non c’è movimento a favore dei diritti umani che non abbia trovato opposizioni culturali ad ogni tentativo di cambiamento. Ci sono catene quasi impossibili da spezzare: non solo nei villaggi sperduti, lontani dalla civiltà ma anche nel cuore delle grandi metropoli, per esempio in America e in Europa, e ovunque gli immigrati abbiano portato le loro usanze e tradizioni. L’infibulazione è una mutilazione genitale praticata in 40 paesi del mondo, dal Medio Oriente al nord Africa, viene
  • 22. 20 oggi eseguita prevalentemente nei paesi musulmani, anche se non in tutti. È diffusa in molte zone dell’Africa sub-sahariana, in quasi tutta l’Africa occidentale, nella parte meridionale della penisola araba e in alcune aree del sud-est asiatico e dell’America del Sud. E non riguarda solo poche donne che vivono in sperduti villaggi, ma anche quelle che abitano nelle grandi metropoli. In tutto il mondo si stima che 140 milioni di bambine e donne siano vittime delle mutilazioni genitali. Inoltre che 180.000 ragazze e giovani donne provenienti da famiglie immigrate siano a rischio di mutilazione genitale femminile in Europa. In Italia vivono almeno 39.000 donne e bambine immigrate mutilate ai genitali. Le Mutilazioni Genitali Femminili riguardano tutte le pratiche che comportano la parziale o totale rimozione degli organi genitali femminili esterni, non per ragioni mediche. La pratica danneggia la salute e il tessuto genitale femminile, causando delle interferenze con le naturali funzioni dell’organismo femminile. Inoltre è molto dolorosa e ha effetti sulla salute sia a breve sia a lungo termine, tra cui problemi durante il parto. Le Mutilazioni Genitali Femminili o MGF si praticano in molte zone del mondo per varie ragioni:  Tradizioni della comunità  Salvaguardia della verginità delle ragazzine  Accettazione da parte della società e soprattutto del futuro marito  Errata convinzione che la MGF faciliti una maggiore igiene  A garanzia dell'onore della famiglia  Errata convinzione che determini un aumento della fertilità Le donne che hanno subìto le mutilazioni genitali:  Hanno maggiori probabilità di morire di parto  Hanno maggiori probabilità di partorire un bambino già morto  Sono più soggette ad avere una fistola  Sono più soggette ad avere infezioni all'utero, alla vagina e malattie infiammatorie pelviche
  • 23. 21  Sono più soggette ad avere problemi psicologici dovuti al trauma della mutilazione  Riscontrano gravi danni al sistema riproduttivo e significative disfunzioni sessuali Al momento del matrimonio la cicatrice sarà tagliata, per permettere il rapporto sessuale e il parto. Dopo ogni parto, una nuova infibulazione: i monconi delle grandi labbra vengono ricuciti. A seconda delle tradizioni, può essere asportata anche la clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi. L’infibulazione in passato, ma ancor oggi nelle zone meno civilizzate, era praticata senza nessun tipo di anestetico. La bimba veniva immobilizzata e tenuta con le gambine aperte. Si usavano coltelli, pezzi di vetro o lamette per tagliare, spine di acacia per suturare e cannucce di bambù per formare le aperture. I canti coprivano le urla delle piccole. Dopo la sutura, le gambe venivano legate finché la ferita non si richiudeva. L’invasività della pratica e la mancanza di igiene trasformava il periodo successivo in un crescendo di sofferenza. Il dolore delle donne infibulate sarà il compagno della loro vita e le normali funzioni del corpo diventeranno estremamente difficoltose e le infezioni si susseguiranno continue, la maternità si trasformerà in un’esperienza molto difficile. Donne complici: la legge dei padri è tramandata dalle madri Le donne che appartengono a queste culture di solito non rifiutano l’infibulazione: anzi, sono complici nel trasmetterla alle figlie. La mutilazione genitale non viene infatti praticata dagli uomini alle donne. Sono le donne stesse a praticarla ad altre donne. Madri che sacrificano ad una tradizione imposta dai padri la salute, il benessere e la serenità delle loro bambine. Intrise di valori patriarcali, considerano se stesse “degne” solo se la vulva è cucita. Alle bambine che piangono viene detto di smetterla, di non gridare: «Se piangi» è questo il messaggio «non sei degna di tuo padre». La tradizione culturale porta le donne stesse a non considerare questa pratica un’orrenda mutilazione, ma un rito di iniziazione, il passaggio che le fa diventare donne. Esiste una profonda pressione culturale a monte della mutilazione genitale. Così forte da spingere le bambine ad attendere impazienti il momento in cui verranno “ripulite”. Una donna non
  • 24. 22 infibulata è considerata “impura”: come tale, esclusa dal gruppo sociale, dalla famiglia, da tutto. L’infibulazione diventa un marchio di appartenenza: «Ora sei una donna» dicono le altre alla bambina a cui è appena stato fatto “il lavoro”. Vero e proprio lasciapassare, è un processo di riconoscimento della propria identità personale, altrimenti cancellata e respinta. Quando leggiamo le storie e le testimonianze che riguardano le mutilazioni genitali si raggriccia la pelle. Sentiamo i nostri visceri contorcersi dall’orrore e uno stupore confuso attraversarci la mente: «Ma come, come è possibile accettare una tortura simile? Quale donna lo farebbe di sua iniziativa? Quale donna taglierebbe con un coltello i genitali di una bambina, facendola urlare per il dolore, condannandola a una vita mutilata, legandola per sempre ad una sofferenza che non avrà fine?». Eppure accade. Qui la mente si ferma: rabbiosa, impotente, sconcertata. Nessuna donna sulla terra può essere insensibile al dolore inferto su un’altra donna. Peggio, su una bambina. Invece sì, può esserlo, se “è convinta” che ciò sia giusto. Se è il modo per farsi accettare, per sopravvivere. Oppure, quando non è questione di sopravvivenza, se è convinta che questo è il modo di essere donna. Vittime di un orrore senza tempo, queste donne portano inciso nel corpo quello che le madri hanno fatto a loro. E così da millenni. Un’orrenda barbarie, nel rispetto delle tradizioni maschiliste. Dove la donna è stata talmente allontanata da se stessa da essere lei quella che la trasmette. È la legge dei padri trasmessa dalle madri. Ma a cosa serve? Donna così ti domino Quali gli scopi dell’infibulazione? Innanzitutto la tutela della verginità per l’uomo a cui la donna è destinata. Una donna infibulata è una donna che arriva “pura” al matrimonio. Una volta sposata, è il marito che con il coltello taglia la cicatrice, per penetrarla. Con l’infibulazione una donna diventa merce protetta. Poi il controllo della sessualità femminile: I rapporti sessuali non saranno più fonte di piacere per la donna. Una donna che subisce la mutilazione genitale viene privata per tutta la vita del diritto di vivere la propria sessualità. Gli organi amputati non potranno mai più venire ricostruiti, né potrà essere ripristinata la sensibilità erogena di un apparato così devastato. L’infibulazione ha anche lo scopo di impedire alla donna di masturbarsi. È un’aberrazione che nasce dal bisogno delle
  • 25. 23 società patriarcali di negare e controllare in tutto e per tutto la sessualità femminile. Una donna infibulata è marchiata per sempre: per tutta la vita non saprà mai cos’è un orgasmo. Non proverà eccitazione e nemmeno piacere. È il dogma senza tempo dei codici patriarcali: reprimere la sessualità femminile e la forza che essa può dare alle donne. Dobbiamo sapere: tutte devono conoscere questa realtà “Sono altre realtà, altre tradizioni, altre culture” potremmo dire. Ma questo non significa che non dobbiamo sapere. Che non dobbiamo prendere atto di violenze assurde che ancora oggi vengono praticate. È un nostro dovere di donne. Di ogni donna. Sapere e fare qualcosa per aiutare le altre, quelle più deboli e indifese, quelle più bisognose di aiuto. Risvegliare la nostra sensibilità di donne è un atto di civiltà. Oltre che di solidarietà umana. Ci fa uscire dall’indifferenza. Prendere coscienza di certe atrocità, diffondere queste informazioni, dare il supporto a chi si impegna per opporsi a tradizioni che feriscono le donne nel corpo e nell’anima, è un atto di responsabilità, oltre che di compartecipazione. Per le bambine, le ragazze e le donne che ancora oggi subiscono il peso di queste leggi che tolgono ogni libertà.
  • 26. 24
  • 27. 25 -Burqa Il burqa o burka è un capo d'abbigliamento per lo più usato dalle donne in Afghanistan e in Pakistan. Il burqa è l'arabizzazione della parola persiana purda (parda) che significa "cortina", "velo”. Caratteristiche: Il termine burqa individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo fissato al capo che copre l'intera testa, permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all'altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti, o che lascia scoperti occhi e bocca, che rimane però coperta da una sorta di mascherina come nel cosiddetto bandar burqa. L'altra forma, chiamata burqa completo o burqa afghano, è un abito solitamente di colore nero o blu, che copre sia la testa sia il corpo. All'altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere parzialmente senza scoprire gli occhi della donna. L'obbligo di indossare il burqa appare conseguenza di tradizioni locali, indipendenti dalle prescrizioni religiose dell'Islam; infatti nelle norme coraniche ci si limita a imporre l'obbligatorietà del velo: « E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare. » Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all'inizio del 1890 durante il regno di Habibullah Kalakānī, che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da "non indurre in tentazione" gli uomini quando esse si fossero trovate fuori dalla residenza reale. Divenne così un capo per le donne dei ceti superiori, da usare per essere protette dagli sguardi del popolo.
  • 28. 26 Prerogativa dei più abbienti fino agli anni '50, successivamente gli stessi ceti elevati cominciarono a non farne più uso, ma nel frattempo era diventato un capo ambito anche dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò l'uso alle pubbliche dipendenti. Durante la guerra civile venne instaurato un regime islamico e quindi sempre più donne tornarono a indossarlo, fino al divieto assoluto di mostrare il volto imposto a tutte le donne dal successivo regime teocratico dei ṭālebān.
  • 29. 27
  • 30. 28 -Sotto il burqa Sotto il burqa è un libro scritto da Deborah Ellis e racconta di una ragazza di undici anni di nome Parvana che vive a Kabul con i suoi genitori, le sue due sorelle e suo fratello di due anni. La sua vita è normale fino all’arrivo dei Talebani che col loro regime costringono le donne del posto a lasciare la scuola, gli amici, e anche di non uscire di casa se non accompagnate da un uomo. Entrambi i genitori sono laureati, suo padre legge e scrive lettere per la gente analfabeta del posto, lavora al mercato e vende abiti e oggetti vecchi, affiancato da Parvana perché ha perso una gamba. Una notte i Talebani rinchiudono il padre di Parvana in carcere senza motivi apparenti, da qui cominciano a vivere una situazione molto difficile e disperata. Un giorno Parvana e la madre cercano di liberare il padre, ma vengono scoperte e picchiate, senza nemmeno essere riuscite ad avere notizie del padre. Una sera si reca in visita a casa della famiglia di Parvana la signora Weera, una vecchia amica della madre, qui con l’aiuto di Weera decidono di travestire Parvana da ragazzo per permetterle di lavorare, visto che alle donne non era permesso. Ricominciando il lavoro del padre incontra una sua vecchia compagna di classe, Shauzia, anche lei camuffata da ragazzo per aiutare la sua famiglia economicamente. In seguito la madre decide di portare Nooria, la sorella maggiore di Parvana a Mazar, per permetterle di sposarsi, continuare gli studi e potersi muovere senza l’obbligo del velo. Una sera Parvana incontra una ragazza proveniente da Mazar, appena scappata per l’arrivo dei talebani. Il giorno seguante il padre di Parvana viene rilasciato e lei decide di raccontargli cos’era successo la sera prima con la ragazza scappata, così insieme fuggono per cercare un rifugio sicuro per loro e la loro famiglia. Parvana deve lasciare tutti i suoi familiari e amici.
  • 31. 29
  • 32. 30 -Oppressione e femminicidio in Cina e India In India e Cina, l’uso degli ultrasuoni a basso costo è regolato per la pratica comune di determinare selettivamente il sesso del feto e poi abortire feti di sesso femminile. In Cina, la legge sul figlio unico in combinazione con una preferenza per i figli maschi ha portato al feticidio femminile, ciò ha determinato il varo della legge per vietare l’uso della tecnologia per determinare il sesso del feto prima della nascita. Apparentemente la legge è difficile da applicare, così il feticidio specifico del sesso continua. In India le stime prudenti del numero di feti femminili abortiti sono state di circa 250.000 l’anno, nonostante le campagne del governo per incoraggiare la valorizzazione delle bambine. Il problema persiste per ragioni economiche e sociali, in India quando una donna si sposa per tradizione deve offrire una dote ragguardevole alla famiglia dello sposo. Ci sono leggi contro l’obbligo della dote ma non ha risolto il problema. Le donne rispetto agli uomini svolgono lavori meno prestigiosi e guadagnano salari più bassi. La donna dopo il matrimonio abitualmente si trasferisce a casa del marito, da quel momento non è più disponibile a prendersi cura dei propri genitori. E’ più conveniente ottenere un’ecografia ostetrica in India che negli Stati Uniti, ma il divario del costo della vita è tutto a sfavore dell’India: ottenere un aborto è relativamente poco costoso, in realtà è proibitivo per le tante famiglie povere che non hanno soldi. E’ molto meno costoso avere il bambino, abbandonarlo o ucciderlo. L’infanticidio femminile è abbastanza comune in India. L’Atlantic Monthly in un articolo ha esaminato questo problema e alcune strategie per affrontarlo, come l’utilizzo di luoghi sicuri dove i bambini possono essere lasciati per essere curati e adottati. General Electric Healthcare, a livello mondiale la società che fornisce tecnologie e servizi per la radiologia, cardiologia e ostetricia/ginecologia, è stato severamente criticato per figurare come complice nella determinazione del sesso dei feti. L’accusa è che sono legalmente responsabili per come le loro apparecchiature sono utilizzate in contrasto con la legge del 2004 sul divieto della discriminazione sessuale prenatale. Il tentativo di disciplinare l’utilizzo degli ultrasuoni per l’ecografia al fine di ridurre l’aborto di feti femminili è destinato al completo fallimento. E’ troppo facile fare un’ecografia e vedere i genitali di un feto, certamente una famiglia economicamente agevolata può organizzarsi per “avvicinare” un tecnico della
  • 33. 31 clinica per avere informazioni ecografiche sul sesso del bambino. Ci sono anche mezzi genetici, sempre più facili e più convenienti per determinare il sesso. L’aborto specifico sul sesso è una procedura illegale in India e in Cina, così una parte significativa di tali aborti sono praticati in modo insicuro, mettendo a rischio la vita della madre. Le donne che non possono permettersi un aborto spesso prendono pillole o veleni per interrompere la loro gravidanza, rischiando non solo la propria salute, ma anche quella del loro bambino nel caso dovesse sopravvivere. Chiaramente la maggior parte delle donne capisce questi rischi, legali e fisici e ancora tentano di terminare le loro gravidanze. In India e Cina il termine di questo femminicidio nel grembo materno porterà efficaci cambiamenti sociali sempreché sarà eliminato l’obbligo della pesante dote e migliorata la condizione lavorativa delle donne.